Hockey - 19 febbraio 2025, 14:20

Erik Mazzacane, 400 volte Mastino: «Come si arriva qui? Scegliendo con il cuore, dicendo no ad altre squadre e divertendosi»

Le bandiere a Varese esistono ancora: nessuno nella storia dell'hockey cittadino ha tagliato lo stesso traguardo di presenze del difensore. «A tre anni ero già in pista, i compagni della vita sono Marco Fiori e Nicolò Megioranza, l'insegnamento più bello è quello di Merzario: costanza e amore per lo sport. I più forti? Tedesco per la classe, Drolet per tutto il resto. Il momento buio? L'anno degli allenamenti al Forum, ci ha tenuto in vita l'idea di poter tornare a casa. Questo traguardo lo dedico a papà Errico, mamma Luciana e anche a me»

Piccolo granze Erik Mazzacane, 30 anni, recordman di presenze nei Mastini. Qui sopra, con il suo numero 22, è insieme all'indimenticabile amico e compagno Marco Fiori, di spalle con il numero 57

Piccolo granze Erik Mazzacane, 30 anni, recordman di presenze nei Mastini. Qui sopra, con il suo numero 22, è insieme all'indimenticabile amico e compagno Marco Fiori, di spalle con il numero 57

Nessuno come lui: 400 presenze con la maglia dei Mastini, sul ghiaccio da quando aveva 3 anni a oggi che ne ha 30 con la squadra della sua città a parte una brevissima parentesi a Milano. In quale altra squadra e in quale altro sport si può tagliare un traguardo simile? Pochi, pochissimi, quasi nessuno. «Se contiamo le giovanili arriviamo a quota 1000...», dice scherzando Erik Mazzacane, da quasi trent'anni difensore dei valori più puri del Varese: la fedeltà, la famiglia, l'umiltà, l'onestà, il sacrificio nei momenti bui, l'altruismo in quelli felici, il disincanto, la memoria e la riconoscenza che si mischiano all'amicizia quando affiorano alcuni nomi - Marco Fiori, Giancarlo Merzario, Francis Drolet - e un paio di parole rivolte ai giovani che vogliono diventare Mastini, ma anche a se stesso e a chiunque voglia ascoltarlo ("Divertiamoci, godiamocela").  

Erik, da quando sei sul ghiaccio con la maglia giallonera?
La prima volta avevo tre anni, comprese le giovanili potremmo arrivare a contare mille presenze (scherza, ma non troppo). Era la seconda metà degli anni Novanta, quando la Shimano lasciò la prima squadra e continuò con il vivaio. 

Perché questo lungo e infinito matrimonio?
Per mio padre Errico, mio fratello Michael, mio cugino Sorrenti, che è subito dietro come presenze, infatti quando l'ho superato se l'è presa (ride ancora Erik). Il mio primo ricordo legato all'hockey è proprio questo: mio cugino che giocava in pista.

I compagni della tua vita nelle giovanili nel Varese?
Marco Fiori e Nicolò Megioranza: con loro ho fatto tutta la trafila fino ai vent'anni, iniziammo insieme anche in prima squadra quando ne avevamo 16... Siamo cresciuti assieme.

Com'era Marco sul ghiaccio?
Folle e capace di tutto. Ci facevamo sempre delle grandi risate, avevamo un grande rapporto, con lui e la sorella lavoravamo anche assieme al palaghiaccio: venne spazzato via tutto quella maledetta mattina in cui mi arrivò la telefonata di papà Maurizio. 

Allenatori?
Nenad Ilic e i due cechi Karel Dvorak e Zdenek Kudrna.

Papà Errico che presenza è stata in queste 400 "presenze"?
A casa mia l'hockey era tabù... (ride, e siamo a quota tre). Si è sbattuto per la società, per me, per tutti così tanto che ricordo di essere stato io a dirgli: "Molla un po', papà". La parola che mi ha sempre detto e mi dice ancora è: "Divertiti".

Come hai vissuto i tuoi trent'anni gialloneri?
Con tranquillità, senza pressioni e senza farmi condizionare: anche a gara 7 per il titolo contro il Caldaro di due stagioni fa mi sono avvicinato senza ansia, è una mia caratteristica. Se vinco, va tutto benissimo. Se perdo, è andata così...

Ti hanno fatto anche uno striscione bellissimo che racchiude anche tutte e 400 le partite giocate con il Varese.
Dopo la semifinale persa in quel modo con il Caldaro mi ero dimenticato di questo traguardo e sabato scorso ho vissuto la cosa abbastanza velocemente, ma poi c'è stata l'emozione di papà Errico e mamma Luciana a ricordarmi tutto. 

Sei nell'albo d'oro dei Mastini esattamente come Corsi, Carlacci, Micheletti, Houle, Comploi, Napier e chi, per gol, assist, statistiche o presenze ha scritto la storia del club: lo dicono i numeri. Cosa si prova?
Orgoglio, perché non è facile avere questa costanza, ma sono anche consapevole che quelli che ho superato erano giocatori professionisti di un altro livello e un altro mondo. 

Qual è il giocatore che ti ha insegnato qualcosa in più degli altri?
Giancarlo Merzario: mi ha allenato da bocia e in prima squadra, ci ho giocato insieme (lui era ancora in pista a 45 anni e ha praticato mille discipline diverse anche dopo aver smesso con l'hockey). Mi ha insegnato il segreto della "costanza". Mi ha fatto amare lo sport e vivere da sportivo: mi prendeva e mi portava a correre al Sacro Monte, cosa che spontaneamente non avrei mai fatto.

Il più forte?
Come talento, Daniel Tedesco. Come personalità e capacità di essere un giocatore totale, in tutto e per tutto, Francis Drolet, una persona completa dalla A alla Z. Sembrava aver giocato nei Mastini da sempre. Con me e mio fratello aveva un rapporto speciale, era sempre a casa nostra, uno di famiglia: noi gli dicevamo che lo avevamo "adottato".

Com'è cambiato il pubblico dei Mastini dalla tua prima presenza alla 400ª?
Non è cambiato. Lo zoccolo duro e lo spirito sono quelli degli inizi e di chi veniva anche quando perdevamo 10-0. Il tifoso dei Mastini è quello che viene quando si vince e quando si perde: questo fa la differenza rispetto a qualunque altra squadra.

Il momento più emozionante?
La vittoria della Coppa Italia perché rappresentava la prima volta per la famiglia che vive in questi Mastini. 

Il più buio?
L'anno in cui ci allenavamo al Forum: eravamo 13-14 persone che partivano al venerdì alle 16 per arrivare a passo d'uomo alle 19 ad Assago, allenarsi e poi tornare a Varese. Accadeva due-tre volte a settimana. C'era in panca Tom Barrasso, unica nota positiva: un "alieno" che, per noi, era anche troppo. Eravamo stanchi mentalmente, anzi cotti, ed è capitato di chiedersi: "Perché lo stiamo facendo?". Abbiamo tenuto duro perché sapevamo che il palaghiaccio avrebbe riaperto: l'idea di tornare a casa ci ha tenuto in vita. 

Restano 5 partite sicure da giocare (2 di master round e 3 dei quarti playoff): hai mai pensato che potrebbero anche essere le ultime con i Mastini?
Anche se fosse, direi: "Me la sono sempre goduta". Ci sarebbe un po' di malinconia, come ce n'è quando finisce qualcosa, però ho vissuto momenti bellissimi e andrebbe bene così: di sicuro non starei lì a piangermi addosso. 

Nei prossimi anni ti vedi ancora con i pattini ai piedi?
Fisicamente, sì: mai avuto problemi, sono sempre stato abbastanza in forma. Poi ci sono altri fattori che incidono, dalla famiglia alla professione (lavoro per una banca) e all'impegno che richiederà l'hockey e chi mi vorrà: già quest'anno siamo arrivati a un livello di impegno superiore rispetto alle stagioni precedenti. 

Di che colore è la "tua" maglia del Mastini: bianca, gialla o nera?
Bianca, non solo perché è quella con cui abbiamo vinto.

A un ragazzino del vivaio che volesse giocare in prima squadra, che consiglio daresti per arrivare dove sei arrivato tu?
Bisogna fare scelte di cuore, soprattutto se si presentano occasioni per andare altrove. 

A te è successo?
Sì, ma ho resistito e ho scelto i Mastini anche in un periodo in cui tanti non l'avrebbero fatto, visto che non c'era nemmeno il palaghiaccio. Ma non si abbandona la nave nel momento in cui il porto è lontano. 

A quello stesso ragazzino cosa diresti di fare in pista per incarnare lo spirito dei Mastini?
Gli direi due sole cose: divertiti e non mollare nelle difficoltà. La differenza la fa la capacità di resistere e di sacrificarsi, perché poi arrivano anche i bei momenti da vivere.

A chi dedichi queste 400 presenze, oltre a papà Errico e mamma Luciana?
A me stesso.

Andrea Confalonieri


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