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La start-up varesina nata tre anni fa continua a crescere, investire e migliorarsi: «Il nostro obiettivo è creare i migliori display interattivi al mondo per business. Ad altro non abbiamo mai pensato» Insieme a loro vi raccontiamo i prodotti, i successi e la filosofia di un gruppo che dimostra come idee, squadra e impegno portino lontano

 

Quando in giro per Varese – e non solo – si trova il loro bottone arancione la reazione è uguale per tutti: schiacciare e vedere cosa succede. In alcuni locali ci si scatta un selfie, in altri si lascia il proprio gradimento attraverso quattro faccine, in altri ancora i propri contatti. Oggi vi portiamo… dietro a quel bottone. Lo facemmo tre anni fa sulla Provincia di Varese, quando la Solver Digital era all’(ottimo) inizio del suo cammino e c’erano una decina di bottoni sparsi sul territorio. Ora un po’ di tempo è passato. Un po’ di tempo e, soprattutto, un po’ di… click.

Partiamo da qui: a quanti click siete arrivati?
Il mese scorso i nostri dispositivi hanno raggiunto – e ormai superato – la soglia dei 5 milioni di click, registrati da circa 300 bottoni sparsi in tutta Italia. Siamo molto orgogliosi. I nostri dispositivi sono autonomi, automatici e affidabili: possono lavorare 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. All’inizio ci servivamo di tablet, come fanno ancora molti nostri competitor, ma ci siamo resi conto che non erano il prodotto giusto per ciò che proponiamo: per esempio, non sono fatti per restare attaccati alla corrente per sempre. Così ci siamo spostati su display professionali.

Facciamo un piccolo riassunto della vostra attività. La vostra azienda si chiama Solver Digital, la vostra sede è nel quartiere Giubiano a Varese. Lì, in passato, c’era l’azienda di solventi e vernici del nonno di Andrea, la Solver: un luogo perfetto ed evocativo, perché, come ci raccontaste, «solver significa risolvere problemi e noi lo facciamo con progetti digitali». Quali?
Intoway è il progetto e il dispositivo che nasce dall’idea di creare soluzioni interattive, belle, per il business. Soluzioni interattive che forniscono informazioni o le catturano quando interagiscono con il consumatore finale: il cittadino, che va in una città o in un museo; il cliente che va in una pizzeria, da un dentista, in una qualsiasi attività commerciale. Poco fa abbiamo usato la parola “belle”, perché abbiamo visto che al fianco della semplicità e della user experience mancavano bellezza e un po’ di divertimento. 

Un approccio fondamentale, visto che tutti i giorni abbiamo a che fare con la tecnologia: pensiamo agli smartphone, alle app, ai computer e il fatto che siano così belli è un valore aggiunto.
Vero. Verissimo. E tutti, quando interagiscono con il business, si trovano di fronte a dei software: magari però non li hanno mai visti prima. Noi siamo diventati bravi a interagire con queste persone, perché abbiamo semplificato al massimo e reso soddisfacente l’esperienza: a chi non piace schiacciare un bottone? Così, attraverso questo senso di scoperta – «chissà cosa succede dopo che avrò premuto!» – la persona viene catapultata nella dimensione desiderata dal nostro cliente: il mondo business. 

Cosa succede a quel punto?
Dipende dal servizio desiderato e dunque dal software che viene installato nel dispositivo.

Ce li raccontate?
Abbiamo intoFeedback, che raccoglie feedback attraverso domande che fanno sentire ascoltato il cliente: così capisce che c’è attenzione nei suoi confronti ed esce con maggiore soddisfazione; oppure scarica sul dispositivo la sua insoddisfazione invece che con amici o sui social, facendo così evitare la pubblicità negativa. Gli studi dicono che solo il 4% degli insoddisfatti si sfoga di persona; gli altri escono e cercano una piattaforma dove pubblicare una recensione negativa, ad esempio su Google, Facebook o TripAdvisor. Il nostro strumento spesso permette di evitare questo passaggio e, in più, di migliorare il servizio in base alle segnalazioni del cliente. Questo permette di raccogliere un dato molto più personale, privato, e fa evitare un danno potenzialmente enorme. Oppure permette di trovare nuove soluzioni. 

Un esempio?
Un nostro cliente raccolse alcune segnalazioni di insoddisfazione rispetto ai grissini che proponeva, i classici nelle bustine. Essendo una pizzeria, ha deciso di farli lui con il forno: così ha soddisfatto chi si era lamentato e, contemporaneamente, offerto un prodotto con tutt’altro gusto agli altri clienti. 

Abbiamo provato il vostro intoFeedback. C’è una domanda a cui rispondere con 4 faccine (felicissima, felice, scontenta, scontentissima). Non è troppo semplice?
Assolutamente no: la gente vuole semplicità soprattutto quando interagisce con un software che non conosce. Il rischio è che la sessione venga abbandonata perché non c’è chiarezza, come capita in certi musei, che chiedono troppo e con sistemi complessi. La semplicità è la chiave, sia per l’utente che per il nostro cliente: per esempio un grande retail che ha tanti punti vendita può aggiornare tutti i suoi dispositivi con un solo click, ovviamente da remoto. 

Non c’è la risposta neutra, intermedia: perché?
Perché è una risposta inutile: per questo la sconsigliamo.

Altri software?
IntoContact, per raccogliere i dati personali: questa soluzione, avendo la firma della privacy già integrata da firmare per accettazione alla conclusione della sessione, sostituisce completamente la carta. Alla fine della sessione il dispositivo può inviare una mail, ad esempio con una promozione o un’offerta, oppure un link. Un nostro cliente mandava centinaia di migliaia di volantini, con un ritorno del 2%. Con il nostro dispositivo il ritorno è salito fino all’8%.
E poi intoSelfie: si parte dall’indizio – Selfie? – e se schiacci ti scatti una foto dentro il punto vendita che, previo tuo consenso, viene caricata con il logo direttamente sui canali social dell’attività, di cui ne diventi “testimonial”. In molti negozi funziona, piace; e in alcune località di montagna sta andando fortissimo.

Qual è il prodotto più venduto?
Dipende dalle necessità del nostro cliente. Chi ha più capacità di gestire i dati sceglie intoFeedback, perché oggi il dato ha un valore enorme ma devi avere la struttura per ottimizzarli al massimo. Gli strumenti li forniamo noi. In generale diciamo che i punti vendita, a partire da quelli nel mondo della ristorazione, scelgono questo servizio anche perché aiuta a migliorare. L’imprenditore più “piccolo” invece sceglie intoSelfie perché gli permette di creare contenuti e identità. La vendita al dettaglio va su intoContact per costruire e tenere il rapporto con il cliente. Queste sono linee generali, nessuno di questi servizi è esclusivo per una “categoria”. Come detto, dipende da cosa si ha bisogno.

A dicembre siete stati al Forum Retail di Milano, un evento dedicato alle tecnologie utili per quei marchi con tanti punti di vendita, diciamo le catene. Com’è andata?
Benissimo, abbiamo presentato il nostro nuovo modello dell’hardware intoway, con un nuovo piedistallo di design – progettato da noi – e uno schermo da 14 pollici, e delle novità per il software intoFeedback: l’intelligenza artificiale di cui sono dotati tutti i dispositivi a cui si aggiunge l’assoluta novità, l’assistente integrato al dispositivo. 

Come funziona l’assistente automatico?
Parla come Siri o l’assistente di Google. Lo interpelli e ti risponde con i dati che chiedi: per esempio la soddisfazione del giorno, confrontata con quella media. Se va tutto bene l’assistente ti dice “bravo, continua così”, se invece c’è qualcosa di diverso ti consiglia “Attenzione, la soddisfazione è calata: accedi alla dashboard per identificare le criticità”.

Cosa fa l’intelligenza artificiale?
Tra le cose più importanti, riduce al minimo l’errore statistico. Facciamo un esempio: andate in aeroporto e schiacciate il classico bottone analogico “sì” – “no” sul gradimento dello scalo. Quel dato si può falsare schiacciando tante volte lo stesso bottone, anche perché in genere il sistema di controllo per interrompere il prolungato flusso di voti della stessa persona interviene dopo 5/6/10 click. Il nostro invece si accorge che hai votato due volte.

Come?
La telecamera integrata crea un modello matematico e assegna un codice al tuo viso, ovviamente senza registrare nulla. Se riconosce lo stesso codice all’interno di un intervallo di tempo che stabiliamo con il cliente, allora non registra il voto.

Come si è evoluto il vostro lavoro?
All’inizio vendevamo “a spot” i dispositivi, come fossero un telefono. Poi abbiamo cambiato filosofia così da dare un servizio migliore. Controlliamo totalmente la progettazione dell’hardware e quindi possiamo dare un’assistenza di maggior valore. Per ora lo costruiamo esternamente, ma a breve vorremmo internalizzare anche questo aspetto. Il nuovo progetto si chiamerà Habrock, il migliore dei falchi nella mitologia nordica: saranno dispositivi ancora più belli e che produrremo qui perché abbiamo bisogno di capire tutte le problematiche, di avere il controllo e la supervisione di tutto quello che può non funzionare in modo da aumentare al massimo la qualità dei componenti.

Perché avete abbandonato le vendite “a spot”?
Le facciamo ancora, tramite e-commerce, ma a prezzi più alti. In generale abbiamo capito, e deciso, che il sistema migliore per noi e per i nostri clienti è la vendita in abbonamento: con un costo inferiore a quello di tre caffè al giorno possiamo fornire un servizio completo. Il punto di partenza è stato questo: non volevamo più rispondere a un cliente che ci dicesse “il dispositivo si è rotto” che purtroppo “la garanzia è scaduta e quindi ne deve comprare uno nuovo”. Lo riteniamo molto sgradevole. Così chiediamo un abbonamento e in caso di guasto spediamo il giorno stesso un nuovo dispositivo tramite corriere, che consegna e contestualmente ritira quello vecchio. Questo lo riteniamo un servizio di qualità. Dipende tutto dall’ascolto del cliente: sono loro che ci hanno fatto e ci continuano a far migliorare i nostri prodotti e servizi.

Qual è il vostro desiderio?
Vogliamo essere la Apple per questo settore, per il business. La Apple propone dispositivi belli, hardware tecnologici e di design e software semplici ai consumatori. Noi vogliamo farlo per le aziende. Il nostro lavoro è doppio: il nostro cliente è l’attività commerciale, ma gli utenti sono i consumatori finali. Dunque partiamo sempre dalla user experience, perché creiamo valore nell’interazione tra utente e dispositivo, che diventa un nuovo punto di contatto tra utente e punto vendita.

Concludiamo. Siete una start-up giovane ma anche ormai matura: avete tre anni di vita. Cosa è cambiato nel tempo? E rispetto al punto di partenza, quando la Solver Digital era un sogno e una scommessa, ora dove siete?
Anzitutto diciamo che la scommessa è vinta. Con tanta sofferenza e tanta fatica: a livello finanziario è stata dura. E lo è ancora per continuare a crescere: non è facile avere il cashflow per continuare a investire. Soprattutto perché noi non abbiamo investitori esterni: il nostro valore aziendale è stato sostenuto tutto e solo dai nostri clienti “paganti”, quelli che hanno detto sì al nostro progetto. Ringraziamo loro e anche il Cna (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Imprese) di Varese del presidente Luca Mambretti: ci hanno aiutato molto.
Il nostro segreto? Morale sempre alto e eccezionale lavoro in team: qui c’è sempre armonia e sappiamo che questo porta e porterà valore. Spingiamo tutti nella stessa direzione. A livello economico siamo orgogliosi di dire che tutto quello che entra viene rinvestito in noi e nei prodotti che sviluppiamo. Siamo partiti da zero e abbiamo creato qualcosa di grande.

Ultima: questo può essere il vostro lavoro per sempre?
Non ce lo siamo mai chiesto. Né tre anni fa, né oggi. Di certo il nostro obiettivo non era sopravvivere per un anno. Se parti con l’idea di “provare per un anno, poi vediamo” lo fai con il piede sbagliato: metti già in conto la possibilità di fallire. Noi abbiamo sbagliato e corretto: gli errori capitano. Ma non abbiamo mai messo in discussione quello che possiamo fare. L’obiettivo della Solver Digital, il nostro obiettivo, era ed è creare i migliori display interattivi al mondo per business. Ad altro non abbiamo mai pensato.

Da sinistra Simone Mauro (27 anni), Federigo Mocenighi (30), Andrea D’Elia (30), Marco Chiodo (24), Riccardo Bergonzo (23), Matteo Ricupero (25) e in primo piano il collaboratore e videomaker Massimo Pagani (46)

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