Il Piantone è morto. La proposta: «Trasformiamolo in un’opera d’arte»

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Il Piantone è morto. Gli esperti lo sostengono da anni e anche l’amministrazione lo ha ammesso mesi fa, come a suo tempo abbiamo scritto. Il grande cedro del Libano, considerato uno dei simboli della città, resta in piedi, nel suo angolo di via Veratti, per quello che in gergo botanico viene definito equilibrio statico della pianta.

Recenti esami, condotti con una particolare tecnologia, hanno stabilito che non c’è pericolo che possa cadere o sradicarsi, almeno non nel suo insieme. Alcuni rami, invece, potrebbero staccarsi e cedere, sollecitati da particolari eventi climatici (forte vento o un nubifragio), e per il luogo di passaggio in cui è posizionata la pianta  rappresentano il maggior pericolo per i passanti. Presto la giunta dovrà prendere una decisione sul da farsi, ma dato il grande valore simbolico che il Piantone ha per la città, «organizzeremo dei momenti di dibattito pubblici per capire quale sia il modo migliore di procedere», spiega l’assessore Dino De Simone.

Una prima interessante proposta, in realtà, potrebbe già arrivare nei prossimi giorni da alcune personalità varesine legate al circuito artistico culturale cittadino. L’idea, ancora tutta perfezionare, è arrivata da Alberto Lavit, titolare della galleria di piazza Carducci e dell’omonimo spazio di via Uberti. «Se vogliamo ricordare degnamente il nostro Piantone – spiega Lavit – potremmo trasformarlo in un’opera d’arte che diventi anche motivo di rilancio artistico-culturale per la città». Renderlo eterno attraverso la creatività di uno degli artisti di fama internazionale che lavorano open air.

«Giuseppe Penone, per esempio, è uno dei maggiori rappresentanti del movimento dell’arte povera e sono gli alberi l’elemento centrale dei suoi lavori. Ne studia la storia e poi li trasforma in opere meravigliose. In fase di abbattimento della pianta si potrebbe conservarne una parte, non serve tutta, e renderla eterna in questo modo». Qualunque sia la scelta, ci sono molti altri artisti che lavorano sulla stessa riga. «L’importante è che ci si affidi a personalità importanti, magari attraverso un concorso. L’opera sarebbe anche sul percorso che collega Villa Panza al Museo Morandini, di prossima realizzazione, e sarebbe di sicuro richiamo per la città».

Un omaggio al simbolo che il Piantone è stato per Varese «e poi si potrebbe pensare di titolargli lo spazio, per esempio Largo Piantone, in modo che per i varesini rimanga per sempre un punto di ritrovo». Perché anche le generazioni future possano dirsi «ci vediamo al Piantone». L’ipotesi di mettere a dimora un’altra pianta, magari una di quelle nate dall’esperimento di clonazione che fece il vice sindaco Daniele Zanzi qualche anno fa, per Lavit avrebbe poco senso: «Non ci sono le condizioni ambientali per farlo e poi non sarebbe comunque il Piantone».

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