Lorenzo Pisani e quella stella nel cielo: «Me lo immaginavo con la maglia della Pro. Non mi vergogno della procreazione assistita»

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Lorenzo Pisani e la sua Pamela: nel libro del "Piso" che verrà presentato oggi a Marnate c'è un sogno, quello di avere un figlio, nato da una stella del cielo che dà forza
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Rido, scherzo, soffro, voglio, provo, lotto, sogno.
Ironia, verità, purezza, scanzonatura, orgoglio, fedeltà, umiltà, cambiamento.
C’è tutto questo in “Like a song”, tre vite – anzi la Vita – in un libro, ma c’è soprattutto una stella nel cielo che magari può dare un pochino di luce a qualcuno. E c’è la musica, quella che salva la vita indirizzando i pensieri sbagliati nel modo giusto, in particolare la musica degli U2 che con le loro canzoni danno un titolo ad ogni capitolo del libro e della storia.

La storia è questa: Lorenzo e Pamela, accompagnati da quella “stella” salita nel cielo dopo pochi mesi di gravidanza, desiderano avere un figlio e non possono averlo. Eppure non smettono di cercarlo attraverso la procreazione assistita. La storia può avere e forse ha una lettura etica, politica (il Piso è un uomo di destra, ma è soprattutto un uomo), religiosa, familiare, sociale e sportiva ma noi non la leggiamo, non la interpretiamo, non la giudichiamo utilizzando queste “lenti”: noi la ascoltiamo, la scriviamo e la raccontiamo semplicemente perché ci dà gioia farlo. Perché ci lascia una traccia, forse una luce diversa che arriva da quella stella nel cielo.

Il protagonista è Lorenzo Pisani (il Piso) e la storia del libro inizia nel momento in cui non riesce più a dormire perché davanti a lui ha sempre l’immagine di un’ecografia con un cuore che batte e poi non batte più.
Oggi alle ore 18 sotto il tendone del Centro Sportivo San Carlo di Marnate Lorenzo presenterà il suo “Like a song” («Sono marnatese e parto dalle mie radici») ma noi, intanto, proviamo attraverso le sue parole a raccontarvi un pezzetto di questa storia e di quella stella che, sicuramente, illumina un percorso ma anche il traguardo.

«Ci siamo noi, non io. Siamo in due, anzi in tre. Lui me lo immaginavo già con la maglia della Pro Patria».

«Ci ho messo un mese per scriverlo, sempre di notte, dalle 11.30 alle 6 del mattino. Non riuscivo a dormire perché avevo sempre davanti a me quell’ecografia di un cuore che batte e poi non batte più. Io non voglio prendere medicine e non voglio andare dallo psicologo, mi dicevo: allora inizio a scrivere. Scrivevo e non dormivo ma non ero mai stanco perché stavo tirando fuori tutto ciò che avevo dentro».

«Quando mi hanno detto “il cuore non batte più” ho pensato subito a Marco Cirigliano e alla sua Stefania, a quella loro bimba scomparsa a tre mesi, alle morti bianche e alla onlus “La casa di Chiara” nata grazie anche all’amico Luca. Ho pensato a loro ed è nata la mia battaglia che è diventata un libro grazie a Marilena Lualdi e Carlo Albè».

«Ero duro, ora sono una persona diversa. Non mi fosse capitata questa cosa sarei stato l’uomo di prima, anzi lo “stronzo” di prima… (Lorenzo sorride). Capita a tante persone quello che è successo a me e Pamela, altri che come noi decidono di allargare la famiglia a 40 anni. E magari capita in altri paesi con una mentalità più avanzata della nostra…»

«Tornavo al Nord da Roma, dove lavoravo, e i tempi per avere un erede li dettava Pamela:  proviamo una volta e non va, due e non va, tre e non va… Io avevo 35 anni, lei 36. Ci nasce il dubbio, facciamo un po’ di esami e ci troviamo dentro a questa storia».

«Da mancato padre e da persona che vuole lottare chiedo se è giusto che in Italia si debba parlare di procreazione assistita solo da Barbara D’Urso oppure grazie a una canzone di J-Ax, “Tutto tua madre”. Da uomo di destra dico a Giorgia Meloni, che voterò ancora, e a Salvini: andate a vedere in una casa famiglia cosa provano le persone che vogliono un bimbo, magari chiedete di adottarlo e affrontate l’iter, la burocrazia e tutte le spese necessarie. Per un atto d’amore così grande come l’adozione puoi vivere un’odissea che si trascina per anni?». 

«Nel 2009 ero assessore ai servizi sociali di Marnate e una coppia mi chiede informazioni sulla procreazione assistita o sull’adozione. È la prima volta in cui mi sono trovato di fronte al dilemma. All’interno dell’assessorato si diceva anche: “Quello che è contro natura, è sbagliato”».

«A Varese c’è una struttura stupenda che è il Del Ponte, un orgoglio per tutta la provincia perché regala un’umanità incredibile, dal ragazzo che si occupa delle pulizie alle 5 del mattino al primario. Ai politici che sono a Roma dico: date ancora più soldi al Del Ponte perché li merita tutti».

«Io sono cattolico, ho conosciuto don Angelo, don Stefano e padre Fabiano che mi hanno sempre sostenuto. Uno di loro un giorno mi ha detto: “Io non potrei mai essere padre perché ho fatto la mia scelta ma dai tuoi occhi vedo quanto amore c’è e quindi è giusto che ci proviate”».

«Ho scritto quello che abbiamo passato per dare una mano a qualcuno che vive la nostra situazione: leggendo magari trova un po’ di forza, speranza o un pochino di luce da quella  stella nel cielo. Ma ho scritto anche con autoironia, vorrei strappare un sorriso. Vi racconto tanti anni di felicità, nonostante tutto: io e Pamela rispetto ad altri siamo comunque fortunati e possiamo permetterci perfino di farvi divertire».

«Amo la musica: andavo al lavoro, ero in crisi ed era lei a salvarmi. Da quando ho conoscenze e ricordi c’è con me una canzone degli U2. Il primo cd costava 14.900 lire e l’ho comprato a 12 anni, nel 1993, dopo aver messo assieme i soldi della paghetta: era Zooropa. I miei compagni ascoltavano Cristina D’Avena o Gigi D’Agostino, io andavo a Reggio Emilia al concerto del ’97. Così ho scelto trenta canzoni e ho dato al titolo di ogni capitolo le parole di ognuna di queste trenta canzoni: il capitolo 1 è “Due cuori battono come uno” e il capitolo 30 “L’amore è più grande di qualsiasi cosa sul suo percorso”».

«Vorrei che non esistesse più il senso di vergogna vicino alle parole fecondazione assistita (“Te se manca bon de fa’ un figlio”). Vorrei che nel 2019 in Italia non avere un figlio non fosse più un tabù o un problema. Io non ho niente da nascondere: vivo la mia vita in modo positivo. Non vedo perché vergognarmi di avere fatto dei tentativi con la fecondazione assistita. Io desidero un figlio e non è una colpa».

«Tu intanto, Stato, rendi più facile la procedura per adottare un bambino. O hai 50mila euro sul conto e vai all’estero, oppure da noi ci metti dai 3 ai 5 anni. La legge sull’affidamento è dell’83 ma il mondo è cambiato».

«Avere rispetto della persona che avete di fronte significa capire che quello che per voi non è un problema ma per lui, magari, è un problema insormontabile».

«Un ministro o un assessore si faccia un giro in queste strutture, magari all’ospedale San Carlo di Paderno Dugnano dove insieme a noi visto gente di Aosta e Cosenza, gente “muta” o che non può parlare di ciò che ha passato; si faccia un giro non da ministro o assessore ma da uomo che vuole capire perché degli altri uomini e delle altre donne scelgono di provare la fecondazione assistita. Mettetevi nei panni degli altri e non fatelo per avere dei voti con delle battaglie su temi delicati ma solo per sensibilità e umanità».

«Io e Pamela speriamo di ripagarci le spese e di dare un contributo alla Casa di Chiara. Per ora abbiamo stampato 500 copie. Ci sono due prefazioni, una di Marilena Lualdi e l’altra di Carlo Albè che mi hanno dato una mano e mi hanno sostenuto in questa sfida».

«Un giorno alzandosi nel cuore della notte Pamela mi ha scoperto e mi ha detto: “cosa ci fai sveglio alle 4 del mattino?”. “Sto scrivendo la nostra storia”. “Se ti fa stare bene, vai avanti”».

«Un sogno? Consegnare il libro a Bono».

«Qui dentro dove è la Pro Patria? Dappertutto, come la Rossa di Maranello perché è il legame con mio padre. La Pro è la mia vita: mi ha fatto conoscere Pamela e dopo tanti anni mi ha fatto incontrare anche un grande cuore biancorosso come Alfredo Luini e un grande esempio di vita e sorrisi come Danielino  – capitolo 22: Resta (Lontano, così vicino) -, la Pro ha unito mondi lontani che mi hanno lasciato qualcosa di bello e mi hanno reso migliore».

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