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Una serata da pelle d’oca per celebrare l’orgoglio e l’appartenenza a una squadra che ha segnato la storia del basket italiano, europeo, mondiale: la Pallacanestro Varese.

In Camera di Commercio il trust dei tifosi “Il Basket siamo Noi” ha invitato tanti eroi dei 10 Scudetti vinti da Varese, dal primo del 1961 all’ultimo del 1999, quello della Stella. Perfetto conduttore della serata il giornalista Antonio Franzi, che ha ripercorso con loro tutti i passaggi dell’epopea tricolore del club nato nel 1945. Curiosità, battute, aneddoti speciali, che vi riportiamo integralmente: sono tanti, ma vogliamo farvi vivere le stesse emozioni provate questa sera grazie a “Il Basket Siamo Noi”.

Per ogni Scudetto, trovate l’anno con il link a Wikipedia per avere una panoramica su roster e statistiche; poi i nomi e la foto di chi è intervenuto.

QUI la gallery della serata.  


1960-61
Tonino Zorzi, Miriam Garbosi, Paolo Magistrelli.

Tonino Zorzi: «Giancarlo Gualco mi ingaggiò in ospedale… Vero, però prima mi ci mandò, con una commozione cerebrale. Ero al Circolo e un paio di giorni dopo arrivò il segretario a offrirmi la possibilità di vestire questa maglia. Come nacque il primo Scudetto? Dalla spinta dei tifosi: giocavamo in un campetto piccolino e loro erano tutti lì, intorno a noi: mancava solo che tirassero loro talmente avevano voglia di vincere. Arrivavano tre ore prima per prendere posto: sulle parallele, sulle spalliere della palestra… Ci davano la spinta. Soprattutto nacque dal desiderio del Cumenda Giovanni Borghi e dalla voglia di vincere di Enrico Garbosi. Come ricordo il coach? Un ottimo allenatore, che metteva tutto quello che aveva per far vincere la nostra maglia. Ricordo una partita contro la Virtus Bologna: vincevamo di due punti, Garbosi ci disse di tenere palla per consumare il tempo. Io invece tirai da lontano, da 7 metri: feci canestro. Finita la partita dovetti scappare negli spogliatoi, con Garbosi che mi correva dietro. Provai a spiegargli che vedevo il canestro grande come una vasca da bagno, ma non ci fu verso. Per fortuna Sergio Marelli, ex capitano della squadra, mi salvò… Garbosi era pericoloso!». 

Miriam Garbosi: «Eh sì, con lui bisognava filare dritto. Quando c’erano le partite noi dovevamo lasciarlo solo, isolato: doveva concentrarsi, le preparava al meglio e le sentiva molto. Soprattutto, era sempre pieno di entusiasmo».

Paolo Magistrelli: «Ho vissuto la sua era, sono stato sei anni con lui: ci ha fatto crescere. Una bella persona, un grande uomo. Ho un unico rimpianto: quando non è stato bene, non ho avuto il coraggio di andare a trovarlo».

Franzi con Magistrelli, Zorzi e Miriam Garbosi

1963-64
Guido Carlo Gatti, Paolo Vittori.

Guido Carlo Gatti: «Ricordo perfettamente quell’anno (la squadra era allenata da Vittorio Tracuzzi): tutti ci davano per spacciati, noi però avevamo due uomini che col basket non centravano nulla, ma sapevano giocare a pallacanestro: Giambattista Cescutti e Giovanni Gavagnin».

Paolo Vittori non fece parte di quella squadra (era alla Simmenthal Milano), ma da quello Scudetto prese vita il primo successo internazionale, l’Intercontinentale del ’66, di cui fu protagonista: «Battemmo il Real Madrid, una squadra che non aveva mai perso, che aveva tre americani nel roster… e che partiva sempre dal +30 grazie agli arbitri. Insieme a Giovanni Gavagnin preparai la tattica: il Real Madrid segnava 100 punti a partita, di cui 80 in contropiede. Così decidemmo che, in attacco, uno solo di noi sarebbe andato a rimbalzo mentre gli altri 4 sarebbero scappati in difesa. Vincemmo così. Io il giorno prima feci una scommessa col Cumenda. Gli dissi: “I ragazzi mi hanno mandato a chiedere un premio in caso di vittoria». Alla domanda “quanto volete scommettere?”, risposi “Ventimila”. Il Cumenda accettò: “Bene, allora facciamo 20.000 contro un milione!”. La portammo a casa noi… Comunque vorrei dire una cosa: la Pallacanestro Varese ha vinto 11 scudetti: perché l’anno del famoso “caso Gennari” (65-66) sul campo vincemmo noi, non Milano».

Franzi con Vittori e Gatti

1968-69
Dino Meneghin e il giornalista Max Lodi.

Dino Meneghin: «Ho avuto la fortuna di essere in squadre con grandi giocatori: all’inizio non sapevo fare molto e così cercavo di rubacchiare qualcosa da tutti i compagni più esperti. Grazie alla fiducia di società e allenatore (Nico Messina), ho esordito a 18 anni. All’inizio ci davano per spacciati: i compagni che Ottorino Flaborea lasciò per venire da noi, per esempio, gli dissero di lasciar stare altrimenti sarebbe retrocesso. Nico Messina? Un grande motivatore, perfetto per giocatori di grande carattere».

Max Lodi: «Io ho vissuto quello scudetto in tribuna, mentre giocavo ancora nelle giovanili. Vi sembrerà strano, ma nella leva dell’Ignis 62-63 insieme a Dino Meneghin c’ero anche io. Iniziai poi un po’ dopo a fare il giornalista. La grande forza di quella squadra? Essere un gruppo coeso, erano degli amici che giocavano insieme. Alcuni arrivarono anche per caso, tipo Manuel Raga: la società era in Messico a cercare un altro giocatore, ma alla fine Giancarlo Gualco, lo straordinario architetto di quella squadra, portò a casa questo autentico campione. Nico Messina poi era un grandissimo personaggio, forse un po’ sottovalutato nel giudizio tra i tanti tecnici italiani. Fu lui a dare quell’anima, decisiva, alla squadra. Sorpresero tutti. Una squadra forte tecnicamente e che, anche negli anni successivi con Nikolic, era 2/3 spanne sopra gli altri per preparazione fisica».

Dino Meneghin conferma: «Il preparatore atletico, Tomassi, era campione italiano dei 3000 siepi e… credeva che lo fossimo tutti. Ma io e Flaborea, per esempio, avevamo qualche chilo da portarci dietro! Comunque la cosa più bella di quella squadra erano l’amicizia e la goliardia. Quando ci incontriamo salta sempre fuori una storia. Dodo Rusconi e Aldino Ossola, la sera, telefonavano a casa di Nico Messina spacciandosi per tifosi della Simmenthal Milano e gli dicevano: “Domani vi facciamo 30 punti!”. Nello spogliatoio il giorno dopo, arrabbiatissimo, spiegò: “Dobbiamo batterli, perché questi ci chiamano di notte!”. Ecco, quella era la motivazione “tecnica” per battere la Simmenthal…».

Lodi, Franzi e Dino Meneghin

1969-70
Dodo Rusconi, Aldo Ossola e il giornalista Flavio Vanetti.

Introduce Antonio Franzi: «Da Belgrado arrivò coach Aza Nikolic. Oltre allo scudetto, è l’anno della prima Coppa dei Campioni. Quella fu la prima di 10 finali consecutive di Coppa dei Campioni: un record ancora oggi ineguagliato per una squadra di qualsiasi sport».

Dodo Rusconi: «Aza Nikolic ha cambiato il basket italiano, europeo, mondiale. Il primo a capire l’importanza fondamentale della preparazione atletica. Ci portò in montagna e sugli strappetti, come ha raccontato Dino, Flaborea faceva fatica: io invece correvo all’indietro e lui si inc***ava. Comunque il nostro step in più era quello: la tecnica era simile per tutti, ma a livello fisico noi eravamo superiori. Concludo dicendo che di quegli anni è più facile parlare dei campionati e dei titoli persi rispetto a quelli vinti: sì, alcuni li abbiamo persi…».

Aldo Ossola: «Sì, mio figlio nacque pochi giorno prima della finale di Sarajevo. Cosa mi ricordo? Che al ristorante avevamo la tavolata vicino ai russi, tutti seri, a testa bassa: noi invece gli tiravamo le palline… Nikolic diventava matto, diceva che eravamo la squadra dello scherzo. Ma sul campo, poi, non scherzavamo affatto. Quella finale la più importante? Non faccio una classifica, non riesco e non è giusto. Sicuramente fu una partita molto importante. E insieme ci metto anche lo spareggio con la Simmenthal, quello del treno dei tifosi verso Roma».

Flavio Vanetti: «Che sapessero giocare a pallacanestro è indiscutibile. Ma il loro segreto era la chimica: hanno trasferito quel senso di amicizia sul campo ed era quello a fare la differenza. La stessa chiave dei Roosters del ’99».

Dodo Rusconi su Manuel Raga: «Un giocatore… particolare – ride – Quando arrivò, noi avevamo già fatto un mese a preparare i giochi. La prima settimana che è stato qui abbiamo cercato di farli anche con lui, poi ci siamo arresi e gli abbiamo detto: “Senti, spiegaci tu lo schema che fai con la Nazionale messicana che facciamo prima…».

Rusconi, Franzi, Vanetti e Ossola (con suo nipote)

1970-71
Sandro Galleani, il giornalista Claudio Piovanelli, Charlie Recalcati (all’epoca avversario: era a Cantù).

Sandro Galleani: «La prima volta che sono arrivato in questo gruppo mi è sembrato di essere in una squadra di matti. Venivo dal mondo del ciclismo, spronato a cambiare sport da Mario Cappellini, storico massaggiatore della Ignis: per me, come un genitore. I primi allenamenti dicevo (in dialetto): “Ma che sport è? Quattro marcantoni che buttano la palla in un cestino”. Capii subito però che era un’ambiente di professionisti. L’unico che cercava di nascondermelo, per ragioni di contratto, era il signor Gualco… Comunque pensai di poter crescere con quell’esperienza, passando da uno sport individuale a uno di squadra e conoscendo quindi nuove dinamiche. Mi sono detto: “Proviamo”. È durata 40 anni… E dura tuttora!».

Claudio Piovanelli: «Aldo Ossola ha ricordato il treno gialloblù diretto a Roma… Mi ricordo, c’ero anche io su quel treno: partimmo almeno in 3.000, un’esperienza fantastica. Nikolic ebbe una delle sue tante intuizioni: la Simmenthal aveva trovato un giocatore in grado di contrastare Raga, Giorgio Giomo. Allora per lo spareggio studiò degli schemi in cui Raga usciva con un momento di ritardo dai blocchi: questo fu forse l’elemento decisivo per la vittoria».

Charlie Recalcati: «Come vivevamo la Ignis da Cantù? Male, molto male. Avevamo vinto nel 68 e quando vinci credi di essere invincibile. Poi, spesso, ti accorgi invece che c’è qualcuno più forte di te. Nico Messina ci tolse subito lo scudetto, poi arrivò Nikolic. Io ammiravo i giocatori della Ignis e ci giocavo insieme in Nazionale: con Aldino Ossola ho avuto modo di risparmiare molto con il telefono visto che sua moglie lavorava alla Sip. Una cosa che in pochi sanno è questo: nel 1970 dovevo venire a Varese. Dopo i Mondiali di quell’anno avevo parlato molto con Nikolic, che si era anche lavorato per bene mia moglie, ed era tutto fatto: serviva però il nullaosta della società. Ero titubante perché ero affezionato a Cantù, che mi aveva dato fiducia da quando avevo 17 anni. Ero convinto di venire a Varese, poi però Cantù trovò lo sponsor Forst e il presidente fece saltare tutto. Ho vinto lo scudetto del 1975, ma se fossi venuto qui avrei vinto molto di più: ecco perché vivevamo male la Ignis!».

Piovanelli, Franzi, Galleani e Recalcati

1972-73
Marino Zanatta, Paolo Polzot.

Introduce Franzi: «La Ignis del Grande Slam, quella che ha vinto di più: Scudetto, Coppa Italia, Coppa dei Campioni, Intercontinentale».

Marino Zanatta: «Ero nuovo, come Massimo Lucarelli e Bob Morse. Venivo dall’Onestà Milano, una succursale di Varese. Garbosi fu il mio primo manager, il primo contratto l’ho avuto con lui. Quando la proprietà fu ceduta, la maggior parte dei giocatori venne venduta: io ebbi la fortuna di essere destinato a Varese, in cui trovai i miei compagni di Nazionale. Ma io non sapevo ancora vincere, perché, come si dice, solo vincere insegna a vincere. A Varese sapevano già come farlo e io ho imparato da loro. Io ho vissuto in appartamento con Lucarelli e Morse, anche Dino Meneghin era sempre con noi: trovavamo sempre un motivo per divertirci! Giocare qui è stata un’esperienza meravigliosa. E qui ho anche conosciuto mia moglie…».

Paolo Polzot: «Morse? Poteva marcare chiunque, esterni o lunghi. E in attacco faceva sempre canestro. Mi ricordo un esercitazione di tiro, la solita di fine allenamento. Dovevano essere 50 tiri, noi abbiamo continuato per arrivare a 100. Bob ne ha messi 96: novantasei! Lo ricordo ancora oggi».

Marino Zanatta: «Abbiamo giocato tante finali. E devo dire che quelle restano più addosso sono quelle perse: un anno di lavoro e passione che va in fumo. Quando perdi ti resta dentro un malessere. Soprattutto a noi: per noi vincere era la norma, arrivare secondi un fallimento».

Zanatta, Franzi, Polzot

1973-74
Dino Meneghin.

Introduce Franzi: «In panchina arrivò Sandro Gamba, quell’anno Varese vincerà l’ultimo Scudetto e l’ultima Coppa dei Campioni con il marchio Ignis».

Dino Meneghin: «Io ero infortunato e quindi l’ho vissuta male, malissimo, perché volevo giocare. Ero in cabina di commento con il maestro Aldo Giordani; a fine partita mi chiese: “Cos’hai da dire?”. Io risposi: “Nulla, devo scendere in campo ad abbracciare Sergio Rizzi (che lo aveva sostituito) perché ha atto una partita incredibile”. Anche quella era una nostra forza: tutti eravamo sempre pronti».

Andrea e Dino Meneghin

1976-77
Attilio Caja: «Cosa ricordo di quella Mobilgirgi? Mi ricordo di un playmaker, Aldo Ossola, che faceva diventare più bravi ancora gli altri compagni, li facevano esprimere al massimo. E ricordo anche un’altra cosa, che cerco di trasmettere ai giocatori: quanto riusciva a essere determinante Dino Meneghin; non era un giocoliere, uno con un talento tecnico superiore agli altri… Ma faceva sempre giocate importanti».

Attilio Caja e, alle sue spalle, Dino Meneghin

1977-78
Giacomo Gek Galanda e il giornalista Massimo Turconi.

Gek Galanda: «Come sapete sono di Udine, ma mio papà tifava la Pallacanestro Varese e me ne parlava sempre. Visto che è la serata delle confessioni però devo dire la verità: io amavo l’Olimpia Milano. Poi dopo il ’99 le cose sono un po’ cambiate…».

Massimo Turconi: «Cosa mi ricordo? Il canestro più bello che abbia mai visto: Charlie Yelverton che si fa tutto il campo sul lato sinistro, poi un cambio di velocità e di mano repentino in mezzo alle gambe per volare a canestro e segnare in sottomano. Un’azione incredibile, bellissima, indimenticabile. A Charlie voglio un bene enorme: ognuno ha i suoi idoli e non vorresti mai vederli sfiorire, mi dispiace stia passando un momento difficile. Ne ho parlato con Marino Zanatta, vorrei che Charlie fosse qui e che fosse sempre della famiglia di Varese».

Franzi, Galanda, Turconi

 

1998-99
Sandro Galleani: «Quella Stella nacque dal ritiro di Pila, l’anno successivo alla prima, tremenda retrocessione (91-92). Vennero inseriti tanti giovani, e si cominciò a crescere, anno dopo anno, lavorando in maniera splendida. Quei Roosters del ’99 mi riportarono al passato: la prima volta a Varese trovai una squadra di matti, quella, se possibile, lo era ancora di più».

Gianni Chiapparo: «Spesso ci si dimentica di quelli che stanno dietro le quinte: gli uomini che lavoravano per noi, le segretarie, il signor Livio Pirola che ci portava il cioccolato, Silvio Donati che taroccava le scarpe appiccicando il logo della Reebok, nostro sponsor, sulle Nike che volevano usare tutti… Mi ricordo, quando ero general manager, di una sera alle 23.30 che aspettavo un contratto dall’America: esco un attimo dall’ufficio e trovo le due segretarie, Ilaria e Anna, ancora lì con me nonostante nessuno lo avesse chiesto loro. Chiedo: “Cosa ci fate ancora qui?”; mi risposero: “Abbiamo pensato avessi bisogno di noi…». Per vincere servono i campioni, certo: ma sono queste persone, meno visibili, a fare la differenza. Anche perché è proprio grazie a loro che si lavora nel miglior modo possibile ed è per questo che i giocatori sceglievano Varese. Pensate a Mrsic: l’anno dello scudetto ha rinunciato a 50.000 dollari in più che avrebbe guadagnato in Spagna perché voleva venire a Varese».

Charlie Recalcati: «Mi piace ripetere quanto ho già raccontato tante volte. Io arrivai in un’organizzazione perfetta, in cui ho cercato di fare ciò che mi era stato chiesto. La famiglia Bulgheroni voleva che la squadra potesse esprimere il suo modo di essere: non solo dal punto di vista tecnico, ma anche della personalità. La cosa difficile era dunque far coesistere queste cose a cui si aggiungeva anche una certa goliardia… Qui trovai giocatori di grande disponibilità: Sandro De Pol arrivò come guardia in un corpo da ala piccola, finendo invece per giocare da 4 e marcare i 5 avversari. Allo stesso modo, dissi a Gek Galanda prima che arrivasse: “Se vieni qui devi giocare pivot”. La sua risposta? “Nessun problema”. E, infine, chi arrivò dopo, come me e altri, si inserì in un contesto in cui le persone avevano piena consapevolezza del significato di “essere la Pallacanestro Varese”».

A chiudere, un giro di ricordi flash.
Il giornalista Fabio Gandini: «Io qui sono un imbucato, al tempo non ero neanche giornalista, avevo 17 anni, e non era nemmeno nata La Provincia di Varese, su cui ho raccontato la Pallacanestro Varese. Nel 1999 ero però un abbonato e quindi ero sugli spalti. Mi sento di dire una sola cosa: bisogna ringraziare quella squadra per aver permesso alla mia generazione di sentirsi parte di questa meravigliosa storia«.

Il giornalista Massimo Turconi: «Due ricordi. Il primo è che l’11 maggio, giorno della vittoria della Stella, io e il Pigio (Giancarlo Pigionatti) uscimmo dalla Prealpina alle 4.30 di notte e ci dirigemmo al Ristorante Montello, il “covo” dei biancorossi, per mangiare. Non trovammo nessuno, ma fu chiaro che lì si festeggiò a lungo: per terra c’era uno strato indistinto, strano, fangoso… Al proprietario era rimasto solo un pezzo di prosciutto crudo, di cui non dimenticherò mai il sapore. Il secondo ricordo è uno degli abbracci tra due uomini più belli che abbia mai visto: era appena finita gara-3 Scudetto, Varese aveva vinto e Toto Bulgheroni scomparve dentro le braccia di Marino Zanatta. Marino gli disse: “Toto, ce l’hai fatta”. E il Toto? Piangeva».

Il giornalista Claudio Piovanelli: «Tutti identificano in Pozzecco il protagonista di quella vittoria. Ma va dato grande merito ad Andrea Meneghin e Sandro De Pol: il secondo mi risulta che lo abbia attaccato al muro diverse volte. Andrea invece ha accettato diverse volte un ruolo da subalterno nonostante avesse tutto il diritto di non farlo».

Il giornalista Flavio Vanetti: «Ero a Milano negli anni 80 e al Corriere della Sera venivo sempre sbeffeggiato dai colleghi tifosi di Milano. Il giorno della Stella presi dei menabò, li feci diventare un tricolore e li indossai davanti a loro».

Dodo Colombo: «La cosa che mi è più rimasta impressa è l’appartenenza di quel gruppo alla Pallacanestro Varese».

Gek Galanda: «L’anno più importante della mia carriera. Arrivare a Varese e giocare per la Pallacanestro Varese è qualcosa di speciale, completamente diverso da tutto il resto. Io giro spesso l’Italia per la Federazione e per la Lega, ma da nessuna parte si parla di pallacanestro come qui. Qui ci sono storia e competenza».

Andrea Meneghin: «Per me è tutto molto speciale. Sono nato qui, sono cresciuto qui, conosco l’importanza di questa maglia, so quanti tifosi ci sono anche nella più piccola via di Varese. E ho conosciuto tutti loro (si riferisce ai giocatori degli anni 60-70, papà Dino e compagni), che hanno fatto la storia della Pallacanestro Varese: quella Stella ha completato il loro lavoro».

Marco van Velsen: «Ho vissuto qui tre anni incredibili. E nel 1999 ho capito cosa significa vincere uno Scudetto a Varese. Avevo sentito le storie degli anni 60-70, ma solo quando ho visto esplodere la città ho capito davvero: non ho mai visto nulla di simile altrove. E per me quell’anno è ancora più speciale, perché è nata mia figlia».

Il giornalista Damiano Franzetti: «Io sono l’altro imbucato del gruppo, perché al tempo non scrivevo di Pallacanestro Varese. Ero abbonato, in Curva Nord, dal ritorno in A1. Quella sera mi sono goduto il momento: non ricordavo nulla di ciò che successe in campo, per farlo ho guardato i documentari. Mi ricordo solo l’atmosfera: le trombette assordanti, gli striscioni, il caldo atroce, i cori a Marcelo Nicola… E mi ricordo la festa: io ho perso definitivamente la voce nel tragitto da Masnago al centro. In piazza Monte Grappa, dentro un bar, ho visto 2000 persone che guardavano la replica e festeggiavano. Poi sono andato in tipografia alla Prealpina in piena notte per avere il giornale. Insomma, mi sono goduto il momento con gli amici».

Il giornalista Franco Ferraro: «Per me fu una grande gioia… Doppia: perché fu liberazione della gioia e gioia della liberazione. Avevo accumulato in quei giorni e mesi il peso di certi corvi che svolazzavano sopra Varese: dicevano che non ce l’avremmo mai fatta. Ho aspettato così tanto quel momento che, alla fine, ho tirato fuori tutta la rabbia e sono esploso in telecronaca riadattando la frase che disse Elisabetta I alla contessa di Nottingham: “Che Dio vi perdoni, perché io non posso”. Una cosa preziosa nella mia vita di uomo e giornalista».

A chiudere torna Sandro Galleani: «Oltre alle trombe che facevano fischiavano le orecchie, non posso dimenticare quel tifoso che si faceva portare in giro sul tetto della macchina, sdraiato, con addosso una scritta: “Non svegliatemi”».

Galanda, van Velsen, Andrea Meneghin, Colombo, Chiapparo, Galleani, Recalcati
Grazie a “Il Basket Siamo Noi” per questa meravigliosa serata

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