Giorgio Gennari e Giusy Pontieri sorridono con un panino McDonald's tra le mani: il loro sogno, lavorare insieme marito e moglie, si è realizzato. E, da 18 anni, è un successo (foto Enrico Scaringi)
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Dal 2001 a oggi chi mangia da McDonald’s a Varese è loro ospite. Giorgio Gennari e Giusy Pontieri – marito e moglie da 31 anni, di nascita bresciano lui e calabrese lei ma ormai varesini di fatto, papà e mamma di quattro figli: Marco 29 anni; Fabio e Simone, 23; Andrea, 15 – con la loro “Good Food srl” sono i licenziatari per l’area di Varese della catena fast-food più famosa al mondo. Partiti dal ristorante di viale Milano, in centro città, si sono allargati fino a possederne cinque: Malnate (aperto nel 2010), Varese stadio (2013), Solbiate Arno (rilevato nel 2016) e Induno Olona (inaugurato nel 2018). Nella loro squadra lavorano 202 persone, che servono ogni giorno una media di 6400 pasti. «Fin da quando eravamo fidanzati il nostro sogno era lavorare insieme, consapevoli delle difficoltà che nascono quando oltre al rapporto marito-moglie c’è quello professionale. Noi però siamo contenti di dire che per noi ha funzionato e funziona tuttora: sì, abbiamo realizzato il nostro sogno. Il segreto? Rispetto e tolleranza».

E allora sediamoci… a tavola insieme a loro per farci raccontare questa avventura, entrando nel mondo McDonald’s, scoprendo l’impegno, i sacrifici e qualche curiosità personale, il tutto attraversando anche la città e le possibilità di renderla sempre più bella, viva e attraente.


CAPITOLO 1: IL MONDO MCDONALD’S

(Ri)partiamo dal principio.

Appartenevamo già al mondo della ristorazione. I miei genitori (racconta Giorgio) lavoravano in questo campo: avevano un ristorante a Barasso. Quando ho finito il militare e gli studi ho seguito il loro percorso, lavorando per loro. Gli sono riconoscente perché il nostro successo dipende dalla sana impronta ricevuta che ci guida nell’affrontare un mondo impegnativo e pieno di sacrifici. Insieme a mia moglie ho poi gestito il Bar Bonetti in piazza Carducci per un paio d’anni. Nel 2001 (Giorgio aveva 39 anni; Giusy 36), si presentò l’occasione McDonald’s. 

Come vi siete approcciati e cosa avete trovato?
Non eravamo estremamente convinti. Ma poi abbiamo scoperto prodotti di alta qualità, all’80% made in Italy. E un’attenzione ai dipendenti, tutti in regola, pagati fino all’ultimo minuto di straordinario, e che possono fare carriera. Queste per noi erano le cose più importanti. La prima visita che ho fatto (parla Giorgio) l’ho fatta da Cremonini, il fornitore di carne. Ci ho portato mio papà: chef di una volta, preciso, rigido, che ha lavorato in diversi hotel in giro per il mondo e poi nel suo ristorante. Conclusa la visita, mi disse: «Sono stupito: che produzione, che serietà, che controlli…». Al discorso prodotti tengo molto e vi do qualche numero; ogni anno McDonald’s Italia acquista materie prime per 200 milioni di euro: carne 100% da allevamenti italiani (Cremonini); petto di pollo 100% italiano (Amadori); uova fresche italiane. E in tre ore possiamo ricostruire l’intera storia di un prodotto.

Così vi siete buttati… Paura?
Responsabilità, non paura. Siamo entrati in McDonald’s nel 2001, un anno molto difficile per questa azienda: era l’anno della “mucca pazza”. Quando prendemmo questa decisione in tanti ci dissero: «Ma siete sicuri? Un’attività aperta 7 giorni su 7, con così tanti dipendenti…». Ma noi lavoravamo già in questo mondo ed eravamo abituati a certi sacrifici: entrando in McDonald’s non ci sembrava che avremmo peggiorato la nostra qualità di vita, anzi. Comunque nel mondo dell’imprenditoria una certa dose di rischio bisogna accettarla. Altri ci dissero: «Eravate in proprio, ora sarete dei semplici esecutori…». La nostra risposta? Ben venga, perché certe esperienze e conoscenze non le avremmo potute raggiungere in una vita intera.

Pensiero comune: per aprire un McDonald’s “basta avere i soldi”. Vero o falso?
Falso. L’aspetto economico non è di per sé sufficiente. Serve un background di successo, una capacità organizzativa importante, una predisposizione verso questo lavoro, che dà molte soddisfazioni ma è complicato, e da cui non si stacca mai: è davvero una scelta di vita, che coinvolge anche la famiglia a 360 gradi.

Come funziona il rapporto con McDonald’s?
Siamo in franchising e il licenziatario deve affrontare tutto da sé dal punto di vista economico: prodotti, macchinari, dipendenti, locali… McDonald’s ci mette il marchio, ti dice cosa vendere e come venderlo: e lo fa perfettamente, perché è diretto da persone di altissimo profilo.

Altro pensiero comune: il rapporto tra grande colosso e licenziatari è “freddo”, “impersonale”, “distaccato”: vero o falso?
Per quanto riguarda McDonald’s, è falso anche questo. Considerate che in Italia siamo 140 licenziatari con 570 ristoranti. E con la sede centrale c’è un filo stretto, molta esperienza a cui possiamo attingere, linee guida precise e studiate nel dettaglio. La formula con il licenziatario funziona perché la persona ci mette la sua faccia, i suoi soldi, la sua esperienza, la sua presenza. Tutto il resto lo mette a disposizione McDonald’s: che chiede molto, per esempio si può fare questo e solo questo; ma dà anche moltissimo. 

Insomma ci vogliono dei sacrifici. A partire dalla formazione…
Vero. Indispensabile. Anche perché senza quella McDonald’s non ti fa partire. La mia (ricorda Giorgio) è durata 6 mesi in cui ho lavorato in un ristorante McDonald’s facendo tutti i passaggi: pulizie, cucina, cassa e servizio clienti; ho fatto l’operatore, poi il responsabile, il vicedirettore, il direttore… In questo periodo vieni osservato, devi studiare e sostenere degli esami. Alla fine di questo percorso McDonald’s ti dice se sei idoneo e anche tu decidi se questa vita fa per te. Lo stesso cammino lo ha fatto mio figlio Marco dentro la nostra azienda: ora è qui con noi e il suo aiuto per noi è importantissimo. E per i dipendenti vale lo stesso: lo scorso anno, per esempio, la nostra squadra ha sostenuto circa 6500 ore di formazione tra quella di McDonald’s e quella che organizziamo internamente. 

Ogni cosa che McDonald’s lancia, funziona: il Drive, il McCafé, ora le consegne a domicilio. È così anche per i vostri ristoranti?
Il Drive per noi rappresenta dal 35 al 40% del lavoro. Il McCafè funziona per tutti; pensate che oggi in Italia ce ne sono 350 e McDonald’s è diventata la più grande caffetteria della nazione, superando Autogrill: ogni anno vengono servite 1.200 tonnellate di brioches e 21 milioni di caffè. Ora è stato introdotto McDelivery, il servizio a domicilio: si va sul sito di Deliveroo, si effettua l’ordine e lo si riceve a casa; anche noi siamo partiti da poco, abbiamo creato una linea dedicata e facciamo già 40/50 consegne al giorno.

Alla base di tutto c’è la squadra, ma da quanto raccontate diremmo che c’è anche la famiglia: non solo come target, ma proprio come filosofia.
Sì, certo. In McDonald’s la famiglia è al centro di tutto, in ogni senso. Sia per gli imprenditori di cui le famiglie sono molto coinvolte, sia per i dipendenti visto che è un lavoro particolare: si lavora di sabato, domenica, di notte. E dentro i McDonald’s nascono famiglie: alcuni nostri dipendenti si sono conosciuti, fidanzati e sposati…

Ci hanno raccontato di alcune “usanze”…
Una a cui siamo tutti affezionati è nata a Malnate. Chi sta andando a sposarsi prima passa dal lavoro e fa un piccolo servizio al Drive o al McCafè. 

Parlate di McDonald’s con grande orgoglio.
Vero. Perché essere un licenziatario McDonald’s non è un semplice business. Noi andiamo spesso in sede, facciamo parte di gruppi di lavoro, facciamo riunioni territoriali, condividiamo la strategia: lo sviluppo, le nuove opportunità. Ed è qui che il licenziatario, che è un attore principale, può fare la differenza: molte decisioni si prendono insieme. Un esempio? Il McToast l’ha inventato un licenziatario. E vi sveliamo come è fatto: è il pane dell’hamburger girato al contrario…

Ultimo luogo comune: mangiare da McDonald’s fa male.
Io ci mangio quasi tutti i giorni e non mi sembra di essere in sovrappeso (parla Giorgio). C’è qualità e anche scelta: la base è hamburger e patatine, ma c’è molto di più. E se facesse male non ci farei certo mangiare nemmeno i miei figli…

In cosa potete migliorare, voi e McDonald’s?
Direi sulla percezione che il cliente, e il non cliente, hanno della catena. Un esempio? L’hamburger che facciamo viene dagli animali di Cremonini, gli stessi che forniscono il latte per il parmigiano reggiano; quando la mucca non ha più l’età per gli standard richiesti dal parmigiano, viene macellata: con il quarto anteriore si fanno gli hamburger di McDonald’s, con il quarto posteriore si fanno gli omogeneizzati Plasmon… Non lo sapevate, vero? Ecco perché dovremmo raccontare di più!


CAPITOLO 2: LA CITTÀ

Facciamo un salto in città. Cosa pensate accadrà con il Progetto Stazioni? Sarà un vantaggio per voi?
Migliorerà il quartiere come lustro, come viabilità: altrimenti non si farebbe… Ma per noi imprenditori la cosa più importante sarà un’altra.

Quale?
Ci preoccupa il durante. L’impatto di un intervento del genere sarà molto importante. Abbiamo già vissuto qualcosa di simile quando è stato sistemato il ponte: è stata una tragedia, è durata tanto, gli incassi sono crollati. Quindi la cosa più importante è la sostenibilità degli interventi: se noi dovessimo subire un “danno” nel ristorante di Varese centro potremmo equilibrare con gli altri punti vendita, ma un negozio piccolo rischierebbe di ricevere il colpo di grazia. 

Imprenditori importanti come voi cosa vedono che manca o che andrebbe fatto diversamente? Avete una “ricetta”?
La condivisione, l’unione d’intenti. I commercianti per primi devono fare squadra, senza campanilismi inutili come quelli, per esempio, tra Confesercenti e Confcommercio. Poi le istituzioni devono ascoltare e aiutare veramente, serve supporto. Noi per fortuna lo riceviamo da Confcommercio, ma se ci fossero sempre anche l’ufficio commercio del Comune e il Comune stesso sarebbe ancora meglio. Il Natale è un esempio: noi facciamo qualcosa qui, altri commercianti da un’altra parte, il Comune da un’altra ancora… Serve più unione. E anche quello che chiamiamo “commercio moderno”. 

Cioè?
Bisogna coinvolgere non solo i commercianti e l’amministrazione comunale, ma anche il terziario, i proprietari di immobili, le associazioni di categoria, persino i residenti. Pensateci: una città più bella ha anche maggior valore. E anche le grandi catene devono togliersi di dosso un po’ di “arroganza”. Certamente sono molto forti, aprono e funzionano. Ma l’imprenditore che gli sta alle spalle è del posto; e se così non fosse, comunque vivono dei guadagni che si fanno con le persone di qui. E allora anche questi soggetti devono fare la loro parte. Torno alle luminarie di Natale: quest’anno in questa zona abbiamo coinvolto non solo i commercianti, ma anche un’assicurazione, persino un condominio. Tutti si devono prendere cura della città, perché è un vantaggio per tutti. Non è facile, ovviamente: ci vogliono dei portavoce capaci e disponibili a farlo. In questo, ci teniamo a dirlo, il coordinamento della Confcommercio di Varese è ottimo.

CAPITOLO 3: LE CURIOSITÀ

Ci avete raccontato tante cose di un’azienda che affascina e da cui quasi chiunque mangia o ha mangiato almeno una volta nella vita. E anche sulla città. Ora vorremmo sapere qualche stranezza che vi è accaduta…
Così su due piedi ce ne vengono in mente due. A Malnate un uomo passò dal Drive… a cavallo! Qui a Varese invece di recente è arrivato un ordine McDelivery da 300 euro! 

Via con le curiosità: chi cucina a casa?
Giorgio: Mia moglie. Ma io, anche se Giusy vi dirà che non cucino mai, sono l’esperto del risotto! Comunque, chi è la regina della casa? Esatto, la mamma! Non vorremmo mai offenderla…
Giusy: Non mi offendereste, tranquilli… (sorride)

Panino preferito di McDonald’s?
Giorgio: io vado matto per le novità, oggi quindi mangio i MySelection di Bastianich. Peccato che poi mi innamoro di un panino e capita lo tolgano… Però i più apprezzati tornano ed è comunque giusto ci sia ricambio: il cliente trova sempre le icone, ma anche delle novità. Se devo scegliere un panino tra le icone, voto il Crispy Mc Bacon.
Giusy: Ecco, per me il re è lui: il Crispy Mc Bacon. 

Permetteteci una piccola deviazione: ma qualcuno mangia il McFish?
È buono, è merluzzo del mar baltico. Ma lo mangiano soprattutto gli stranieri, musulmani e… cinesi, che lo abbinano al the al limone.

Mangiate in altri fast-food?
Se sono in giro mangio da McDonald’s (dice Giorgio) anche per vedere se c’è qualche spunto da portare nei nostri locali. Oppure perché conosco il licenziatario e mi fa piacere andare da lui. Dalla concorrenza? Per lavoro ci vado e faccio delle schede di valutazione che tengo e aggiorno nel tempo. Lo faccio anche per i miei locali, anche se è più difficile: per questo motivo mi appoggio ai consigli di alcuni amici fidati, che si comportano da “mistery shopper” e mi segnalano delle cose che magari, vivendo tutti i giorni nei nostri locali, sfuggono. 

E se uscite a pranzo o a cena?
In generale andiamo dove conosciamo le persone, il rapporto umano ci condiziona. La pizza la mangiamo alla Paranza o alla Cantinetta. Se vogliamo un piattino andiamo da Pirola. E non ci dispiace nemmeno il giapponese. 

Ultima cosa. Sfrutto la possibilità di questa intervista per chiedervi un regalo per il mio papà, Alessandro: siate promotori di due grandi ritorni, il Mc Royal Deluxe e il Milkshake al cappuccino…
(Risata). Ci proviamo, promesso.

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