I colpevoli dell’incendio siamo noi: ci ricordiamo dei boschi solo quando bruciano

Solidarietà, rispetto e senso di appartenenza tornano a galla quando divampano le fiamme ma scompaiono durante tutti gli altri giorni dell'anno: cosa abbiamo fatto per pulire i sentieri, insegnare ai giovani l'educazione per l'ambiente e non abbandonare la montagna? Servono il fuoco e il fumo per ridarci sensibilità e indignazione ma durano giusto il tempo dei roghi. Poi, fino al prossimo incendio, tutti muti e immobili

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L'incendio alla Motta Rossa (foto Gianluca Bertoni)
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Una lunga cicatrice di fuoco segna il dorso di una montagna dolce, dal nome quasi di ragazza, Martica, una quieta dirimpettaia del Campo dei Fiori, già sfigurata dalla cava di porfido della Motta Rossa, ma ancora bella di prati e boschetti e spolverata giorni fa da radi fiocchi di neve dall’inverno che ha ormai perso la sua identità.

Un anno e due mesi fa bruciarono oltre 300 ettari di bosco nel massiccio, ora 200 se ne sono andati dalla pelle del monte che disegna la Valganna, riportando sul web le immagini del 2017, fumo, sirene, vigili del fuoco e volontari nel buio della notte, Canadair in volo e le solite domande su chi, come e perché.

Il postulato vento-siccità -piromane-incendio rimane sempre il più valido, ma forse la figura del piromane, un individuo affetto da mania ossessiva, quella del fuoco, e quindi malato psichico, è addirittura troppo “nobile” per apparentarla a questi roghi, più probabilmente opera di mentecatti che si divertono ad andare per boschi ad accendere focolai di sterpi per vedere l’effetto che fa, per noia, imbecillità, ignoranza o semplicemente per uno sfregio gratuito a un patrimonio naturale che è anche il loro, e quindi si godono lo spettacolo del caos fotografandolo da lontano con il cellulare.

Fino a qualche decennio fa, la prima forte alitata di favonio mandava in fumo gran parte della palude Brabbia, chi appiccava il fuoco sosteneva che questo purificasse il canneto, che sarebbe cresciuto più rigoglioso grazie al “concime naturale” della cenere. Nella follia, almeno esisteva una giustificazione.

Oggi i boschi sono perlopiù terra di nessuno, abbandonati a sé stessi, non più curati, preda di un sottobosco asfissiante e selvaggio, miccia perfetta per amplificare i roghi e la mania di protagonismo dei vigliacchi col cerino, sostituti di contadini e pastori che ne conoscevano ogni albero e sentiero.

Nel nostro mondo limitato allo spazio di una tastiera di computer, il bosco o funge da discarica o pista di motocross, buono al massimo per funghi e castagne quando il clima lo permette, oppure diventa una cosa inutile, troppo complesso da capire – non diciamo da studiare – un luogo non più produttivo quindi da dimenticare o distruggere per gioco con un bell’incendio, un gran fuoco artificiale per l’anno nuovo.

Nella realtà tutti siamo colpevoli per i roghi del Campo dei Fiori e della Martica, perché ci ricordiamo della loro esistenza soltanto nella tragedia e postiamo immagini o scritti di lutto e lacrime, cuori spezzati e senso di appartenenza farlocco, ma non facciamo nulla per vigilare e denunciare gli abusi, non ci rimbocchiamo le maniche per pulire il sottobosco e i sentieri, non evitiamo di andare con la macchina tra gli abeti o nei prati, non ci battiamo abbastanza per insegnare ai giovani il rispetto per l’ambiente e i nostri luoghi, non rinunciamo a niente e continuiamo a consumare sconsideratamente, nonostante i sempre più preoccupanti segnali del cambiamento climatico.

Da anni ormai l’inverno non è più tale, ma pochi si domandano il perché, la maggior parte di noi si bea del sole perenne e del tiepidino di gennaio, perché la pioggia e la neve sono un fastidio e bisogna faticare, mentre nel mondo virtuale in cui oggi purtroppo viviamo la fatica è bandita, non c’è tra le app dello smartphone, come la solidarietà e il rispetto, il senso di appartenenza, che purtroppo ritorna soltanto nelle disgrazie.

Serve il fuoco e il fumo, la cenere che vola dappertutto, l’odore di bruciato per svegliarci dal torpore tecnologico e farci diventare per qualche giorno -il tempo dello spegnimento del falò – di nuovo umani e compassionevoli, solidali con chi per lavoro o passione civile ci risolve i problemi senza tante parole, ma correndo notte e giorno su e giù per la montagna ferita, con secchi e manichette.

Ritorniamo varesini nella sostanza, parte di quei monti e di quei boschi che ci hanno visto bambini, ma dai quali ci siamo allontanati per egoismo e indifferenza, come dal nostro prossimo e dalle cose della natura, gli scoiattoli e i ghiri, il tasso e la volpe, le cince e i picchi, i piccoli abitanti della foresta uccisa con loro dalla stupidità di pochi delinquenti. Ci indigniamo, e poi ritorniamo amorfi fino al prossimo scempio, a postare immagini di torte e cani infiocchettati, insulti e rancori frutto di un odio senza occhi, e la montagna ridiventa una cosa lontana, da fotografare al tramonto, magari col drone.

Il bosco non urla quando il fuoco lo aggredisce, il suo lamento è il silenzio del dopo, espresso con il nero infernale dei rami inceneriti, il puzzo acre del fogliame, gli animali sfuggiti alla morte e pazzi di terrore, il suo profilo sfigurato. Sta a noi far sì che quel silenzio non si ripeta e il grido della ghiandaia ci saluti ancora come amici, venuti con rispetto e voglia di conoscenza in luoghi che ci sono fratelli.

3 Commenti

  1. Bell’articolo che descrive bene la situazione attuale dei boschi italiani (non solo varesini) però ci si dimentica di un fatto che l’abbandono è anche causato dalle stesse leggi che impediscono al normale cittadino, al visitatore del bosco di poter fare ciò che una volta esso stesos faceva, ovvero raccogliere la legna che poi gli sarebbe servita in casa. Si perchè ciò è ora VIETATO e anche PUNITO con sanzioni neppure leggere. Questo in nome di un AMBIENTALISMO ESAGERATO che porta a ciò che poi si piange come accaduto lo scorso anno sul Campo dei Fiori e ora sulla Martica. E’ necessario che vengano rivedute leggi INUTILI E DANNOSE per i boschi. MARCO VALMORI

  2. articolo stupendo,complimenti,credo però che la colpa vada ricercata anche nelle leggi,ovvero, la maggior parte dei boschi, sono di proprìetà privata, con i vincoli della legge…
    ma quanti li puliscono?quanti se ne ricordano solo quando serve legna per scaldarsi?
    lo stato dovrebbe “obbligare” chi detiene boschi a pulirli,altrimenti, che scopo ha averne il possesso?
    ma molti oggi non saprebbero nemmeno da dove si comincia,senza un pc in mano son veramente nulli…

  3. Sinceramente non mi sento colpevole se i boschi bruciano. Sono ormai molti gli anni che vedono gran parte delle mie domeniche (ed anche sabato quando posso) impegnate in attività di escursionismo impegnativo e non, alla ricerca di ambienti e luoghi incantevoli da raggiungere, da solo o in compagnia.
    Contemplare la natura, anche faticando, è per me motivo di piacere e divertimento, facendo per di più un’attività salutare.

    Pochissimi e quasi rare le volte in cui ho incontrato persone, praticamente mai famiglie con bambini. Evidentemente non si insegna il piacere della Natura e quanto sia bella conoscerla.
    Una volta almeno si incontravano i motociclisti che, se per qualcuno erano fonte di inquinamento, consentivano con il loro passaggio di tenere pulito le zone. Oggi ormai, ci sono i cacciatori, ben intenti a fare altro.

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