Ha messo d’accordo generali, sindaci, politici e volontari. Sul campo, non a colpi di selfie

L'EDITORIALE DI MARCO DAL FIOR. Al Sacro Monte, accanto a suo fratello Domenichino, riposerà non solo un grande personaggio della storia italiana, ma anche un modo di fare politica. Quello animato dalla capacità di mettere insieme gli opposti per il bene comune. Era la filosofia di Giuseppe Zamberletti e di questo angolo d’Italia, capace di sfide vincenti sotto il segno del “fare squadra”. Che supera il bisogno di trovare sempre nuovi nemici

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Al Sacro Monte, accanto a suo fratello Domenichino, seppelliamo non solo un grande personaggio delle recente storia italiana, ma anche un modo di fare politica. Quello animato dallo spirito di servizio, dalla capacità di mettere insieme gli opposti lungo una rotta che porti al bene comune. Adesso li chiamano “inciuci”, con termine spregiativo e sprezzante, una volta si chiamavano compromessi ed erano il risultato di una costruzione diplomatica che consentiva di superare steccati ideologici e visioni diverse del mondo. Zamberletti – e con lui la parte più pulita della classe politica d’antan – non potevano certo definirsi discepoli di Confucio, ma come il grande filosofo cinese sapevano bene che non è importante che il gatto sia nero o sia bianco, conta che sappia prendere i topi. E si comportavano di conseguenza. 

A pensarci bene è la filosofia di questo angolo d’Italia, capace in passato di grandi imprese e di sfide vincenti sotto il segno dell’armonia, del comune sentire, del “fare squadra”. Quando si è incrinato questo modo di pensare e  di essere, travolto dalla ricerca di sempre nuovi nemici contro i quali dirottare incapacità, insoddisfazioni e paure, non solo è venuto meno quel tipo di politica, ma si è inoculato nella società il virus del sospetto, del complotto, dell’insicurezza.

Zamberletti non è stato solo il padre della Protezione Civile, l’uomo che ha fatto andare d’accordo generali, sindaci e volontari armati spesso solo di buone intenzioni, è stato anche uomo delle istituzioni, capace ad ogni parola, ad ogni passo, di far sentire lo Stato un po’ più vicino ai cittadini. Ben sapendo che in quello stesso Stato si annidavano alcuni personaggi che guardavano più agli interessi di parte o personali che a quelli comuni. Ma lo statista difende l’istituzione anche quando questa mostra qualche crepa. Darle addosso per colpa di questo o di quello, animati dal bisogno di distruggere e cancellare, porta al caos e alla discordia sociale, in una corsa ad imporre i propri diritti che troppo spesso calpesta i doveri di tutti.

«Risolveva i problemi senza fare passerelle», ricorda oggi il sottosegretario varesino alla Presidenza del Consiglio. Uno stile che in qualche modo anche lo stesso Giancarlo Giorgetti ha fatto suo. Forse dovrebbe fare in modo di ricordarlo a qualche leader a lui molto vicino che le passerelle le fa sfoggiando felpe e divise scippate a chi davvero rischia per risolvere  questioni che non trovano soluzioni a colpi di selfie, di interviste e di twitter, ma solo lavorando sul campo. Zamberletti lo sapeva. Molti di quelli che oggi accorrono a rendergli un omaggio peloso neppure lo immaginano.

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