Busto Arsizio dice addio a Vittorio Celiento: un uomo forte dal sorriso aperto

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Busto Arsizio dice addio a Vittorio Celiento: un riferimento nella vita politica e sociale, oltre che in campo legale. Celiento avrebbe compiuto 83 anni a maggio. I funerali si celebreranno lunedì 15 aprile alle 15.15 nella basilica di San Giovanni. Ecco il ricordo tracciato da Marilena Lualdi.

Il sorriso aperto, così contagioso e partenopeo, e quella fermezza dal retrogusto bustocco. Quando penso a Vittorio Celiento, rivedo quest’incontro, quest’armonia. Lo conoscevo da trent’anni: ora quasi stento a trovare una frase, una sua espressione che lo racchiuda, perché ne ho accolte tante sue in questo lungo periodo. Lui che aveva un’arte oratoria così profonda… Quelle vere, che hanno i contenuti dentro. Mica la fuffa a cui gli ultimi anni ci hanno tristemente abituati troppo spesso nella classe politica.

Ascoltando i suoi amici, le persone per le quali è stato un riferimento, scopro immagini sorprendenti. Luigi Giavini, lo storico e scrittore bustocco, è tra quelli che mi commuove di più. La sua famiglia, è la prima che Celiento incontrò arrivando a Busto Arsizio.  E fu  grazie  ai Giavini che conobbe la futura moglie.  «Era un fratello per me – spiega Luigi – E per tutti una testimonianza di civiltà. Un laico con la “l” maiuscola e i valori che ciò significa. Lui detestava la corruzione, la mancanza di rispetto».

Un riferimento per gli avvocati e per la classe politica. «Non si può che parlare bene di Vittorio – osserva il collega Walter Picco Bellazzi – con Giancarlo Ballarati è stato il più grande in campo professionale. Era diventato avvocato nel 1965, cassazionista nell’80». Tra le curiosità: combatté perché TeleAltomilanese – la prima tv privata – potesse riavere la possibilità di trasmettere. La libertà. Parola, anzi valore caro a Celiento. Nelle battaglie legali, e politiche.

Ecco, ora faccio un passo indietro, anzi avanti: percorro di nuovo con lui come spesso mi accadeva via Mameli quando lavoravo in Prealpina e andavo in Comune. Le sue battute, fulminanti e simpatiche. Le polemiche, costruttive, mai corrosive, quando mi indicava qualcosa che non andava in città, nella macchina pubblica. Quella macchina, lui la conosceva bene. Ecco perché mi fermo a due momenti da condividere. Potrei citare i suoi interventi mirabili in consiglio comunale – quelli che oggi nell’appiattimento dell’amore per una politica profonda, e non incollata al consenso facile, mi mancano tanto- invece mi dirigo verso un giorno strano. Quando Tangentopoli travolse Busto, le manette scattarono a più riprese in quel marzo del ’93. Palazzo Gilardoni risuonava vuoto e sotto choc. Tutti spaesati, ma Celiento  era lì, fiero difensore della dignità delle istituzioni. E delle persone.

Così corro avanti, di dodici anni: settembre 2005. Nello studio legale, c’è Gianpietro Rossi, il sindaco che nel ’93 fu portato via in manette (e mai abbassò lo sguardo sotto i flash impietosi). Il sindaco nella cui squadra Celiento, era stato assessore. Una volta negli anni Sessanta, la seconda appunto trent’anni dopo con il Pri. E la prima – confida Rossi – ebbe un esordio anche un po’ da scintille. Due caratteri forti, due uomini decisi che si sfidavano per levatura. Ma Celiento – spiega ancora il senatore – subito riconobbe il ruolo dell’altro. Fu l’inizio di un rapporto di stima e amicizia.

Quando il primo cittadino fu arrestato, Vittorio non lo abbandonò mai. Così mi ritrovo nel suo studio: ci sono Rossi, Celiento, l’avvocato Giuseppe Candiani. L’assoluzione è arrivata. Si è fatta attendere tanto, troppo. Eppure non è il momento delle polemiche distruttive, nemmeno questa volta. Celiento pronuncia queste parole: «Bisogna saper vincere e Rossi non ha mai gridato al complotto, ai giudici politicizzati. Come recita il detto, c’è un giudice a Berlino, e dico che ce n’è anche uno a Varese». Quel giudice è Giuseppe Battarino. Rossi oggi gli rinnova la sua gratitudine. Come la esprime all’amico che è andato via: «Io mi ricordo quel giorno, quando la corte si è riunita per deliberare. Siamo rimasti al bar un’ora a parlare… e lì eravamo nudi, trasparenti».

Una conversazione che non si può condividere. Perché non riguarda il sindaco e l’avvocato. Ma Gianpietro e Vittorio, che si guardano negli occhi e aspettano un momento decisivo con fierezza e fiducia. Un’ora particolare, eppure che oggi racconta tanto, tantissimo del percorso di un giovane avvocato arrivato a Busto Arsizio e poi diventato parte integrante della comunità, un riferimento. Un amico.