Blowin’ in the net/9. La morte di Jim Morrison: quella notte senza tempo in cui il Re Lucertola fu angelo

Riviviamo una notte senza tempo, quella del misterioso addio a Jim Morrison, grazie a Marilena Lualdi e Giuseppe Battarino. Da place des Vosges a rue Beautreillis fino al Père Lachaise: un viaggio tra miti e omaggi un po' sacri e un po' dissacranti

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Lunedì 4 luglio 2011 Marilena Lualdi e Giuseppe Battarino ricordarono con una straordinaria doppia pagina sul quotidiano “La Provincia” il quarantennale della morte di Jim Morrison che se n’era andato a Parigi nella notte tra il 2 e 3 luglio 1971. 
“Blowin’ in the net” ringrazia il quotidiano “La Provincia” per la gentile concessione e vi ripropone la prima parte di quel ricordo 
immortale: tra sette giorni la seconda. 

Vibra sottovoce quella sensazione: piove gentilmente sulla città. Un verso ondeggia dalle labbra di Paul Verlaine a quelle di Arthur Rimbaud, fino a scivolare su quelle di Jim Morrison. The rain falls gently on the town. Il pleut doucement sur la ville.

Come cambia la percezione, e come nulla muta: c’è sempre una città della luce – che sia Los Angeles o Parigi – e l’acqua che insegue implacabilmente, come quello sconosciuto, in realtà dall’identità cristallina.

L’acqua, stavolta, non viene dal cielo, ma dalle viscere della terra. “Hyacinth House” ha appena varcato le soglie della percezione nei fans di tutto il mondo, eppure quel tizio misterioso del quale Jim cantava, sta entrando in silenzio nella stanza da bagno, come gli aveva promesso.

Chissà se l’assassino sorride, senza espressione, di fronte a uno specchio: il suo volto si trasforma in mille altri, fino a quello della vittima designata.

Viene da chiudere gli occhi, per non vedere l’ultima carta del mazzo che galleggia sulla superficie dell’acqua, l’ultima “J” sottratta al mondo della musica e della poesia (dopo Hendrix e la Joplin). Si affaccia luglio sulla Parigi impigrita del 1971, che si libera da giorni dominati dalle nuvole e si allunga come un gatto disinteressato. Cosa stia uccidendo, un giorno lo sconosciuto lo capirà. Ma ora si allontana, come un’onda appena accennata da un movimento nella vasca da bagno, un’increspatura sulla superficie e sulle labbra dell’artista. Gentile come la pioggia, quest’acqua però proviene dal basso e capovolge tutto ciò che incontra, compreso il finale: solo così può violare il patto siglato da Dio ai tempi di Noè, come si rammaricherà Patti Smith, e uccidere ancora.

Jim Morrison sta incontrando l’unica leale amica, quella che non ha bisogno di lui, come bramava. Sapeva di poterlo fare, il Re Lucertola, ingabbiato nella pelle e a caccia di sole: «I can do anything». L’anima dei Doors ha chiuso la porta.

Il lungo addio
Prima di andarsene Jim, che forse era conscio di assomigliare drammaticamente a Rimbaud – tanto da voler abbandonare quei luoghi e ottenere una dilazione esistenziale -, compie gli ultimi viaggi oltre il confine del tempo, dopo quello dello spazio. Ha abbracciato l’oceano, per trovarsi a casa: come se si potesse raggiungere veramente, da qualche parte. Ha ripercorso le orme dei personaggi che ammirava, per sfuggire alla fine o per consegnarsi con maggiore consapevolezza.

È così vicino, ancora caldo, quel giorno in cui varcò la soglia della stanza dove si era spento Oscar Wilde. Di più, ha voluto spingersi avanti e visitare l’ultima dimora che si fingeva sazia di celebrità (struggente l’aveva cantata Dumas nel “Conte di Montecristo”) e in realtà attendeva lui: il Père Lachaise.

La musica tacque lì, al cospetto di Oscar Wilde e di un giardino che dell’Eden aveva soltanto la parvenza del tempo domato. Si lasciò zittire davanti a Chopin, e chissà se fece sfiorare a Jim Morrison anche la propria, ultima meta, prima di offrirgli un saluto che era l’estrema finzione. Poi attese, mentre Jim cercava rifugio, sulle strade, nei bar, nella pacata place des Vosges, quest’ultima scatola magica che lo proiettava su uno schermo di armonia. La penna scivolava morbida, sulle pagine, inseguita dall’alcol e dalla tosse assillante: immagine di un moderno bevitore di assenzio. E a quest’ultima si aggrappava il sangue, dappertutto, come la “rosa della misteriosa unione” di “Peace frog”.

In America, si sta elevando l’ultimo monumento di successo, e “L. A. Woman” mostra un Jim diverso, la voce e il volto plasmati da un disagio che la città della luce mette in risalto, traendone dubbi, forza e passione.

Qui a Parigi la luce è solo per pochi, e la si può affievolire con un gesto. Si può persino morire in silenzio, soli, senza che per giorni qualcuno colga la portata di ciò che è successo. Si può improvvisamente percepire che neanche al riparo dalla propria immagine sia possibile ricominciare.

Pensa a Rimbaud, Jim, che a dieci anni voleva essere poeta e a venti neanche ripose la penna? Ma Arthur che si libera di tutto e parte per l’Africa, che diventa un commerciante o chissà cos’altro, deve infine tornare a ciò da cui è fuggito e consegnare se stesso: sono trascorsi 80 anni dalla sua morte.

Per quanto stupida sia l’esistenza sua, l’uomo vi è sempre aggrappato, scriveva Rimbaud alla sorella nel letto di ospedale a Marsiglia, con una gamba di legno e nessun pudore nel definirsi “troppo giù”. Eppure – dichiarerà con dolcezza proprio Isabelle – chiude la sua vita in un sogno continuo.

La notte senza stelle
Non c’è spazio per sogni, invece, quella notte in rue Beautreillis, una strada timida tra la Senna e la zona della Bastiglia. Una finestra su una città e su un mondo, sembrerà ritrarsi dalle ultime luci e aspettare la fine.

Che strano, un altro americano, Ernest Hemingway è convinto che per Parigi non ci sarà mai fine e sempre ti inseguirà se giovane l’hai assaggiata: lui è morto (lontano) dieci anni prima, il 2 luglio 1961.

Anche se lo sconosciuto consegnerà un sorriso sulle labbra di Jim Morrison, quella notte non si vestirà mai di verità e rimarrà nuda come il corpo ufficialmente ritrovato nella vasca da bagno. È un malore, davvero. È una overdose, voluta o subìta, di un giovane (anche se sembra avere vissuto già molteplici esistenze e il suo sguardo è carico di anni) che aveva un sacro orrore per l’eroina, al contrario della compagna Pamela. Anche lì, a Parigi, si è affidato solo all’alcol e alle sue illusioni, come per rendere perpetuo lo “sregolamento dei sensi” del veggente Rimbaud, che affascinava terribilmente Jim.

Nessuno può ricostruire quella notte con certezza e c’è chi si ribella, chi crede che non sia mai esistita, e Jim viaggi ancora sulle orme di Rimbaud.

Questo è un giallo in cui l’assassino non conta. E per distrarci, brandelli di notte si possono sognare, lontano dalla scena del crimine. C’è forse un giovane parigino che parla con il volto acceso di emozione, beve con i suoi amici e racconta di aver incontrato Jim Morrison, con i suoi appunti appiccicati a un tavolino di un bar. C’è un professore americano, che si chiama Wallace Fowlie e forse quella notte gli affiorerà alla mente una lettera, che ha consegnato all’archivio della Duke University tre anni prima e che lo guiderà a scrivere in futuro. Recita: «Volevo solo ringraziarla per la sua traduzione di Rimbaud. Ne avevo bisogno perché non leggo correntemente il francese… Sono un cantante rock e il suo libro viaggia sempre con me».

Il riferimento è a un’opera uscita nel ’66, a firma del professore. E Wallace Fowlie, ricevendo quella lettera, aveva fissato il nome che aleggiava sul foglio e si era rivolto ai propri studenti, per incassare un rimprovero: «Non conosce i Doors?». Negli anni successivi il professore si recherà più di una volta sulla tomba di Jim, anche dopo che i genitori l’avranno fatta ripulire e avranno posto la targa: fedele al suo demone, come ci piace tradurre con una sfumatura socratica. Sogniamo un Père Lachaise oscuro, che stenta ad addormentarsi, come se ciò potesse spezzare l’attesa.

E frammenti di risate nelle strade, fumo atroce nei locali (in uno di questi Jim ha incontrato la morte?) dove non si distinguono volti.

Tutto continua.

Parigi, intanto, ha perso Jim per prima. Forse, se ne accorgerà per ultima, tanto è illusoria a volte la luce.

E l’alba
Ho abbracciato l’alba d’estate, scrive nelle “Illuminations” Rimbaud. E l’alba si affaccia stupita su una notte ottant’anni dopo la scomparsa di Arthur, con un cantante rock di nome Jim Morrison che vuole essere considerato poeta e che è dichiaratamente troppo innamorato della fine. È già il 3 luglio e – se Pamela racconta la verità – quella porta del bagno è chiusa da dentro. Lei deve cercare aiuto e liberarlo dalla stanza.

Ma è tutto vano, ed è il nome consegnato da quei genitori rinnegati da tempo – James Douglas – ad annacquare la verità agli occhi delle autorità francesi. È morto un giovane americano, un 27enne qualsiasi che beveva troppo e ultimamente tossiva tanto, tossiva sangue e fumava. Un ragazzo qualsiasi che si può consegnare a un’anonima tomba del Père Lachaise, nella bara più economica che ci sia, perché Pamela non ha che pochi soldi con sé. Sembra quasi di rivedere una scena malinconica di secoli addietro, un Mozart affidato alla terra frettolosamente.

Qui invece di una fossa comune c’è una piccola tomba, che dovrebbe sprofondare nell’oblio. Da quel momento, invece, la fama prende coraggio, i versi assumono una forza incontrastata e il luogo del riposo dà la scossa a tutto il mondo.

Ogni giorno, ogni mese, ogni anniversario: il Père Lachaise aveva preteso Jim Morrison per sé, senza immaginare quanto ne sarebbe stata stravolta la sua pace. In modo visibile, con i graffiti che strappano il candore alle altre tombe, o con note di chitarre, con urla e canzoni, con birre che scorrono accanto alle preghiere.

È abituato anche al dissacrante, il Père Lachaise: pensiamo alla tomba di Victor Noir, il giornalista ucciso, la cui scultura riproduce la posa esatta – scomposta – in cui fu trovato, e si è diffusa la voce irriverente che baciare e toccare una parte di quella statua aiuti le donne sterili. Vana una barriera voluta dal Comune: è stata levata a furor di popolo. O ancora le tracce assillanti di rossetto che cospargono il pallido riposo di Oscar Wilde.

Ebbene, niente di tutto questo è paragonabile a quanto accade da 40 anni per la tomba di Jim Morrison, fedele al suo demone. Con una convinzione, assorbita da Blake: alcuni sono nati per una notte senza fine, altri per una dolce delizia. Non ci ha mai rivelato, Jim, a quale specie pensava realmente di appartenere.

Quoi? L’éternité
Di fronte a tutto ciò, gli darà forse solo fastidio – se quando la notte finisce, si può provare fastidio – vedersi ancora riconosciuto più come cantante rock, che come poeta.

Del resto, la poesia ha dato una fama resistente e assidua all’amico Arthur, però certo non così “popolare”, a partire dai giovani.

Chissà se come un amico Rimbaud ha atteso e accolto Jim Morrison, accarezzandolo con un verso amato: «È ritrovata./Che cosa? – L’eternità». È il mare alleato del sole, continua il poeta, quel sole atteso lungamente dal Re Lucertola.

Ma se noi volessimo concludere questo viaggio e attraversare Parigi, dove Jim è stato così illuminato dalla speranza e poi stritolato, così carico di sogni e condannato alla malinconia, ecco ne prenderemmo uno dedicato all’altra città della luce, Los Angeles. Jim Morrison, scandaloso e semplice, in lotta con se stesso e con il mondo, sembra voler consolare tutti coloro che hanno assaporato i suoi versi, e ancora oggi vi cercano una sfumatura, una vibrazione, una condivisione di intensità o resa.
Parla alla sua “L. A. Woman”, parla a tutti: «Se ti dicono che non ti ho mai amato, sai che mentono».

Rassicurati da una tenerezza insospettata, quarant’anni dopo, e per chissà quanti decenni ancora, ci si può rimettere in marcia.

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