Blowin’ in the Net/7. “Se telefonando” di Mina e l’inutile parola amore

Anno 1966: "Studio Uno" è la bibbia del varietà e "Se telefonando" di Mina un punto di svolta. Può accadere che due persone cerchino insieme l’incanto di una notte sul mare e che non nasca per forza un fidanzamento, ma un amore (un incontro) “appena nato… già finito”. Il duetto con Totò e le musiche di Morricone

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Quando Mina rivendica, grazie al testo di “Se telefonando”, scritto da Maurizio Costanzo e Ghigo De Chiara, la libertà per una donna di mettere rapidamente fine a una relazione (che chiama “amore”) appena nata e già finita, sono passati solo due anni da quando Gigliola Cinquetti aveva sussurrato a Sanremo di non avere l’età. 

Per amare, appunto: e l’inutile parola amore ricopriva, il tempo lo esigeva, la voglia insoddisfatta di uscire sola con lui.

Il luogo televisivo dove Mina in quegli anni si esprime è “Studio Uno”.

La Bibbia del varietà: intrattenimento, buon gusto, misura.

Tra il 1961 e il 1966 Antonello Falqui, Bruno Canfora, gli autori e i conduttori della trasmissione, contribuiscono a rendere gli italiani più simili tra loro, omologandoli al meglio nella lingua e nel gusto.

Per Mina, nella primavera del 1966, Maurizio Costanzo, Ghigo De Chiara ed Ennio Morricone scrivono “Se telefonando”.

Esce in 45 giri come lato A; il lato B è la canzone “No”, di Gianni Boncompagni, Jimmy Fontana e Carlo Pes.

Mina ha raggiunto il pieno successo, i nomi che scrivono per lei lo testimoniano.

E lei, che può permettersi di scegliere, difficilmente sbaglia un colpo.

Con “Se telefonando”, accadono, tutte insieme, alcune cose: e ne fanno un punto di svolta.

Nella trasmissione televisiva si lancia la canzone, non è una novità: ma le canzoni che Mina interpreta finiscono ora raccolte in un supporto nuovo, il “33 giri” o “long-playing”: tv e discografia si supportano reciprocamente, e “Mina – Studio Uno ‘66”, che comprende “Se telefonando”, è un successo di vendite.

Il mercato discografico è in movimento, e l’edizione del Festival di Sanremo del 1966 ne avverte i sintomi, accogliendo gli Yardbirds, accoppiati a Lucio Dalla (peraltro eliminati, insieme al Celentano, troppo in anticipo sui tempi, del “Ragazzo della via Gluck”).

Il supporto principe è ancora il 45 giri: se ne vendono annualmente circa venti milioni di copie contro circa un milione e mezzo di long-playing, per un fatturato globale di circa ventidue miliardi di lire.

Ma è in quell’anno che si affacciano sulle riviste specializzate le prime classifiche di vendita dei 33 giri, in cui entra, nell’estate, proprio il disco di Mina, che va a fare compagnia ai Rolling Stones e ai Beatles; anche se l’esperimento del 33 giri di “Studio Uno” era già stato compiuto con successo l’anno precedente.

il 6 gennaio 1967, alle 13, sul secondo canale della radio andrà in onda la prima puntata di “Hit Parade”, la classifica di vendita dei dischi a 45 giri. Conduttore Lelio Luttazzi: reduce dall’aver presentato le ultime due edizioni di “Studio Uno”. 

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In “Se telefonando” anche la musica ha una scansione nuova, che nega l’andamento abituale del refrain: l’incalzante e scandito “se-te-le-fo-nando” prepara l’assertivo “ti chiamerei” con la variazione tra le due ultime battute tipicamente mazziniana.

Nel senso di Mina Anna Mazzini, nata a Busto Arsizio, e diventata – grazie al trasferimento della famiglia e a Natalia Aspesi che conia il soprannome – “la tigre di Cremona”. 

Ma non è l’unica singolarità: lo sono anche l’inconfondibile inciso iniziale che Morricone dichiarerà essergli stato ispirato dalla musicalità delle sirene della polizia francese, e l’intervento di accordi in diesis del tutto adeguato alle straordinarie capacità vocali di Mina.

Il testo è la rivendicazione, prudente ma chiara, di un ruolo femminile nuovo.

Può accadere, ascoltiamo da Mina, che due persone, ancora semisconosciute l’una all’altra, cerchino insieme l’incanto di una notte sul mare; “poi nel buio le tue mani d’improvviso nelle mie”, che però era, in originale, “poi nel buio la tua mano d’improvviso nella mia”, o, peggio, “su di me”, corretta perché allora la censura per i passaggi in Rai non scherzava.

E, può accadere che da questo incontro, con un seguito d’intimità – per quanto censurato è questo che si dice nella canzone – non nasca per forza un fidanzamento, ma un amore (un incontro) “appena nato … già finito”.

Il problema non è, per la donna, l’attesa di “quel giorno” (alla Cinquetti) ma la gestione del rapporto, come si userà dire molto tempo dopo: chiudere la storia senza farlo soffrire (anche qui con un inedito rovesciamento di ruoli tra donna e uomo), magari, se fosse possibile, con una semplice telefonata.

Oggi con un sms, una mail, un messaggio su Facebook, o via Whatsapp … troppo per gli autori di canzoni.

Non è un caso che la versione francese di “Se telefonando”, nella traduzione di Jacques Lanzmann, affidata a Francoise Hardy, sia ancora più esplicita, già dal titolo: “Je changerai d’avis”. Cambierò idea.

Inizia così: “La vie n’est pas un seul garcon / un seul visage à aimer / la vie n’est pas une seul passion / pour toujours allumée” (“la vita non è un solo ragazzo / un solo viso da amare / la vita non è una sola passione / accesa per sempre”).

La fortuna dell’uscita discografica rimane ancora oggi: su iTunes l’album “Mina – Studio Uno ‘66” costa otto euro e novantanove centesimi; ciascuno dei brani novantanove centesimi.

Se poi si cerca il 33 giri originale si deve avere un po’ di fortuna e la disponibilità a pagarlo ottanta-cento euro.

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Le cose accadono, quando accadono, senza essere composte in uno spartito, ma come fossero suoni singoli, staccati.

Ma possono diventare assonanze, nella prospettiva dei decenni trascorsi da quel 1966 italiano.

Il multiforme Totò partecipa alla puntata di Studio Uno del 18 giugno 1966, duetta con Mina, mette in piedi una magistrale e surreale gag poetica.

In quello stesso anno Totò, all’apice delle sue potenzialità di attore, è protagonista di “Uccellacci e uccellini”, di Pier Paolo Pasolini. Per quel film gli sarà assegnato il Nastro d’argento a Cannes.

Musiche di Ennio Morricone, ancora lui: possiamo pensare che gli intellettuali sono tali perché aderiscono all’insegnamento di Terenzio “homo sum, humani nihil a me alienum puto”.

 “Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato”.

E’ l‘ultima battuta cinematografica di Totò, che muore il 15 aprile del 1967, dopo aver fatto in tempo a creare con Pier Paolo Pasolini un altro capolavoro, l’episodio cinematografico “Che cosa sono le nuvole”, che con quella frase, pronunciata da un imperfetto Iago burattino gettato in una discarica, si conclude.

Domenico Modugno canta (ancora la cosiddetta musica “leggera”), in quell’episodio, con straordinaria intensità, su musica propria e testo di Pasolini (“… ah tu non fossi mai nata / tutto il mio folle amore / lo soffia il cielo / lo soffia il cielo”).

Un’umanità consapevolmente imperfetta, quella descritta da Pasolini nell’incontro con Totò, la stessa che ritrovava qualche propria ambizione nelle aperture di cultura popolare della televisione dell’epoca. 

Un popolo italiano che faceva fatica a vedere, ma voleva aprire gli occhi, che faceva fatica a parlare, ma voleva trovare le parole, fossero nei film in bianco e nero, nelle audaci canzoni di Mina, nel pasoliniano – o marxiano – sogno di una cosa.

Passano dieci anni tra il 1958, quando la minorenne Mina sale quasi per scherzo sul palco della Bussola di Focette e strabilia il pubblico, al 1968, quando la polizia, davanti alla Bussola di Focette, spara sui manifestanti, e il minorenne Soriano Ceccanti viene colpito alla schiena (condannato alla sedia a rotelle, come si dice in questi casi: ma Ceccanti è diventato campione paralimpico di scherma, ha partecipato a quattro olimpiadi).

Storie di ieri? Forse no. “Lo stupore della notte / spalancata sul mar”. La capacità di stupirsi.

Se ripartissimo dal 1966?

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