Blowin’ in the net/10. C’è stato un tempo in cui… Un poeta di nome Jim, fedele al suo demone

Riviviamo una notte senza tempo, quella del misterioso addio a Jim Morrison, grazie a Giuseppe Battarino e Marilena Lualdi. Jim andò consapevolmente incontro a una morte maledetta? A qualcuno piace pensarlo ma la lettura dei versi della sua ultima poesia fa immaginare il contrario

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Lunedì 4 luglio 2011 Giuseppe Battarino e Marilena Lualdi ricordarono con una straordinaria doppia pagina sul quotidiano “La Provincia” il quarantennale della morte di Jim Morrison che se n’era andato a Parigi nella notte tra il 2 e 3 luglio 1971. 
“Blowin’ in the net” ringrazia il quotidiano “La Provincia” per la gentile concessione e vi propone la seconda parte di quel ricordo 
immortale scritta da Giuseppe Battarino.

C’è stato un tempo in cui i padri allacciavano i bottoni delle loro camicie bianche.
C’è stato un tempo in cui camminare per una strada di città ti faceva distinguere la canzone fischiettata da un altro passante.
Un tempo di cerchietti tra i capelli, e, sotto quelli, sguardi di ragazze che diventavano una promessa infinita e una promessa incompiuta.
Un tempo che ci permetteva di comunicare, solo che le dita riuscissero a sentire nella tasca le scanalature di un gettone.

C’è stato un tempo in cui il regalo e il premio era il suono del solco su cui scivolava un minuscolo strumento che, incredibilmente, accarezzava, che non doveva violare. Che scendeva nel suo campo nero da un bordo convesso, un bordo che accoglievamo nel palmo della mano, rivelato, di taglio, dal fruscio dello scrigno che lo aveva nascosto al nostro desiderio.
Transistor e discussioni, finché abbiamo visto che su un palco c’era un tizio abbracciato da tutti, intorno, e iniziava a piovere, piovevano note.
Una, cento, si sono aperte le porte.

Due realtà, i limiti (“gotta meet me at the edge of town”) e come dans le soir qui tombe, un Magritte a torso nudo ci ha mostrato frammenti tormentati di una nuova ragione del mondo, fino a infrangersi.
Ma nulla sa finire. Sono i poster di Jim sui banchi dei bouquinistes, certe nostre frasi, certe stanchezze ed entusiasmi improvvisi.

Un tempo di scoperta dei colori, del futuro che si sarebbe mostrato, e tutto ciò che arrivava e tutto ciò ch’era andato, tutto, sotto il sole, era in sintonia (“And everything under the sun is in tune”, Eclipse, Dark Side of the Moon).
Non è inutile cercare assonanze tra Jim Morrison e Roger Waters.

All’inizio del 1967, nelle note di copertina del primo disco, “The Doors”, James Douglas Morrison, nato l’8 dicembre 1943, si dichiara orfano.
Il padre, Steve, e la madre, Clara, però, sono vivi.
Steve Morrison è un ufficiale della marina militare.
Eric Fletcher Waters, padre di Roger, ufficiale dell’esercito inglese, muore nella battaglia di Anzio, il 18 febbraio 1944. Roger era nato il 6 settembre 1943. Il padre mai conosciuto ispira tutta la sua opera.

Death makes Angels of us all
[An american Prayer]

You are the Angel of Death / I am the dead man’s son
[Free Four, Obscured by Clouds]

 “Way back deep into the brain / back where there’s never any pain
[The Celebration of Lizard]

There’s no pain / you are receiding
[Comfortably Numb, The Wall]

We need someone or something new / something else to get us trough
[The soft Parade]

Waiting for someone or something / to show you the way
[Time, Dark side of the Moon]

Avremmo avuto un Jim Morrison sinfonico in cronica lite con i Doors; o piuttosto un poeta ormai lontano dalla poesia in musica, quello intravisto nei suoi ultimi mesi, quello che anelava ad essere James Douglas.

Jim Morrison andò consapevolmente incontro a una mort maudite?
A qualcuno piace pensarlo ma la lettura dei versi di “An american Prayer”, la sua ultima poesia, fa immaginare il contrario.
O great Creator of being / grant us one more hour to / perform our art & perfect our lives”.
Era stanco, cambiato nelle emozioni e nel corpo, ma alla ricerca di un’ora ancora, per la sua arte, per la sua vita.

Deluso e insoddisfatto, come sempre è deluso e insoddisfatto chi è variegato di genio.

Where are the Feasts / we were promised / where is the wine / the New Wine / dying on the Vine”.

Ma nessuno può escludere che nella doppia realtà, ai confini, ci avesse detto una cosa diversa, quando scriveva: “Do you know haw pale and wanton thrillfull / comes death on a strange hour / unannounced, unplanned for”.

Arriva, la morte, in una strana ora, inattesa.
Eppure: “we live, we die & death not end it”.

E, come è scritto sulla tomba di Marcel Duchamp a Rouen: “D’ailleurs, c’est toujours les autres qui meurent”.

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