Basket: l’addio. Alberto Bucci, quando la vostra bandiera è anche la nostra bandiera

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Una delle più leggendarie partite di coach Bucci: Forti segna il canestro che avrebbe dato il primo scudetto all'Enichem Livorno contro la Philips Milano quando il tabellone segna 0.00. Prima il canestro viene convalidato assegnando il titolo ai livornesi che festeggiano per ore, poi viene cancellato. Era il 1989
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Se la Pallacanestro Varese avesse dovuto scegliere un avversario, cambiargli la pelle (da bianconera a biancorossa) e farlo entrare nella sua leggenda, avrebbe scelto Alberto Bucci.

Perché Alberto Bucci ha vissuto, sulle salite e sui tornanti della vita, soltanto con un cuore, non tradendolo mai: un cuore virtussino. In discesa quando vinceva tre scudetti, due Coppe Italia e una Supercoppa Italiana ma soprattutto in salita, diventando presidente nella stagione 2015/2016, quella della prima retrocessione sul campo (eppure se ne fece carico, trasformandola nel momento di riscatto più grande nella storia del club bolognese). «Non posso pensarla in queste condizioni, e non voglio abbandonare la nave»: lo facessero tutti per ciò che amano, il mondo dello sport (il mondo) sarebbe migliore.

Perché Alberto Bucci è sempre rimasto se stesso davanti a una lavagnetta, un microfono, una scelta, un abito, un momento, una vittoria, una sconfitta, un grande, un bambino, un’idea. Non ha mai fatto quello che tutti avrebbero fatto al posto suo, trovando sempre una via diversa, “alla Bucci”.

Perché Alberto Bucci è stato un inno alla battaglia, alla resistenza anche nelle discese dei suoi irripetibili 70 anni e nella malattia contro cui ha lottato tenacemente per un decennio, faccia a faccia, battendola nel 2011 e poi ritrovandola, combattendola ancora e ancora, andando all’attacco sempre per spostare un po’ più in là un punto che ora è una stella nell’infinito.
«Non ho paura di morire. L’idea che un giorno io debba morire mi fa sentire vivo. Mi fa apprezzare ogni giorno che passo su questa terra, il tempo che dedico a mia moglie, alle mie figlie, ai miei affetti».
«Nella vita il passato non conta, piangersi addosso non risolve i problemi».
«Mi dicono: perché parli così apertamente della malattia? Rispondo: di cosa dovrei vergognarmi? Mica ho rubato…».
«Inutile guardare il passato. Ancora meno utile pensare al futuro. Tra un attimo tutti noi potremmo non esserci e tutto quello che avevamo pianificato svanire. Bisogna avere il coraggio di gustarsi il presente e vivere pienamente ogni attimo».

Perché Alberto Bucci per ogni tifoso di Varese e di basket, perdendo ha centrato la più indimenticabile delle vittorie, esattamente come quella finale persa dalla sua Libertas Livorno (l’allenò dall’85 all’89) che resterà l’emblema della sconfitta-vittoria di tutti i tempi.

Ecco il racconto odierno di LivornoToday che ricorda il grande Bucci, “nel cuore di intere generazioni”, e “lo scudetto rubato”.
«27 maggio 1989: gara-5 della finale scudetto con la Philips Milano avanti di 1 punto il livornese Forti appoggia al tabellone quando il tabellone segna 0.00. Per il secondo arbitro, Grotti, “buono” più fallo, per Zeppili, il primo, da annullare. Il pubblico invade, scoppia una rissa furibonda, Premier viene colpito finché il canestro diventa valido. L’Enichem Livorno è campione d’Italia, lo dirà anche il telegiornale: si festeggia pure a Pesaro, dove la Scavolini si sente derubata di una finale per una monetina che colpisce Dino Meneghin e produce la sconfitta a tavolino in gara 1 di semifinale. Livorno piange di gioia, poi di rabbia quando in tarda serata si capisce che lo scudetto sta per imboccare l’autostrada per Milano. La Libertas, di lì a poco, sparirà dal basket. L’Olimpia, salvo un titolo nel 1996 dal retrogusto triestino perché di marca Stefanel, non vincerà mai più fino al 2013».

Perché Alberto Bucci era esattamente questo: partiva dall’A2 (o ci tornava, come sarebbe accaduto molti anni dopo per amore della sua Virtus) e arrivava alla finale scudetto con Tonut, Carera, Forti, Fantozzi, Binion, Alexis, De Raffaele contro D’Antoni, Premier, Pittis, Meneghin, McAdoo, Montecchi… Il suo vero scudetto  fu quello di vivere in modo talmente umano e normale il rapporto con gli altri da tirarne fuori il meglio e farli sembrare campioni, «conta quello che ti scatta dentro quando il cervello si collega al cuore – disse un giorno – è da lì che vien fuori l’emozione».

Perché Alberto Bucci non ha mai cercato alibi, non ha mai urlato in pubblico contro un giocatore, non ha scelto la strada più comoda, non ha mai smesso di sorridere, non ha mai fatto la differenza con un grande campione (anche se il grande campione si chiama Danilovic) ma con quella Stella ancor più Stella del decimo scudetto della Virtus dell’83/84 conquistato contro la Simac di Peterson sbancando Milano in gara 3: uno dei due stranieri virtussini si chiamava Kollf, non D’Antoni, eppure…

Perché Alberto Bucci con quei suoi occhialini gialli, con quello spirito d’avventura mostrato a Fabriano o Verona, con quelle quattro F (forte, franco, fermo, fiero), con quella storia inculcatagli dall’avvocato Porelli di «vincere dopo quattro anni o ogni quattro anni per non annoiare e perché così ci sarebbe stato spazio anche per gli altri e tutti sarebbero stati contenti», con la chemioterapia che «a volte mi stende davvero, ma sono fiducioso» (parole del 2013), con la prima operazione del 2011 in cui ha estirpato la bestia, con tutto questo che lo ha fatto arrivare fin qui e oltre, per sempre.

Perché Alberto Bucci parlava ai bambini. «I bambini a cinque o sei anni raccontano storie bellissime, ricche di colori e parole. Bisogna saperli ascoltare, perché altrimenti quando saranno adolescenti non ci ascolteranno più. I figli sono una ricchezza: quando torniamo a casa, cerchiamo di parlare con loro. Se non ascoltano, facciamoli parlare. E se non parlano, facciamolo noi. Un po’ alla volta si creerà il collegamento. Non abituiamoli all’assenza, non permettiamo al nostro lavoro di allontanarci da loro».

Perché Alberto Bucci parlava di cose meravigliose anche nei momenti orribili. «Sono immortale, quando morirò non me ne accorgo. Il tumore, però, mi ha fatto conoscere delle cose meravigliose. Per me l’amore è amore due volte: adesso, in questa condizione, per me è stato più facile capirlo. Io vorrei che tutte le persone capissero veramente che l’amore è bello due volte e il bello è bello due volte. Molte volte ci arriviamo vicino ma non ce ne accorgiamo neanche».

Perché Alberto Bucci esaltava gli errori e detestava la perfezione. «Non abbiate paura degli errori. Quando vi dicono che siete perfetti, o vi credete perfetti, vuol dire che siete finiti, che siete morti. Bisogna vivere con l’errore al proprio fianco perché è dagli errori che si fanno cose magnifiche».

Per tutto questo Alberto Bucci è anche la nostra bandiera, anche se non è la nostra bandiera.

Alcune delle parole presenti in questo articolo sono tratte dal bellissimo ricordo “Alberto Bucci: la fiducia nel futuro, la Virtus nel cuore” pubblicato dal sito ufficiale www.virtus.it.

Il sito ufficiale della Virtus ha salutato Alberto Bucci con questa fotografia e la scritta “Ciao, Alberto. Grazie di tutto”

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