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Basket | 30 marzo 2025, 20:10

Dopo 17 anni un bombarolo, dopo 5 anni il sudore, l’intensità, la difesa

IL COMMENTO DI FABIO GANDINI - La Varese dei 50 punti di Holland perse e finì dritta in Serie A2, quella dei 42 di Hands ha oggi dato un segnale di senso contrario, il primo dei tanti che ancora servono. La differenza principale? La presenza di un allenatore che ci crede e che ha convinto tutti a crederci con lui, dando - attraverso il collettivo - un senso anche a singoli che parevano inutili e irrecuperabili

Ioannis Kastritis (foto di Fabio Averna)

Ioannis Kastritis (foto di Fabio Averna)

Il precedente è sinistro e lo evochiamo solo per marcarne le differenze.

Come già annotato QUI, erano 17 anni che Masnago non assisteva a una prova di onnipotenza balistica individuale pari a quella con cui si è leccata di gusto i baffi oggi: il 9 marzo 2008, ospite dei biancorossi era Milano (che al 40esimo vinse 85-90), Delonte Holland firmò un tabellino da 50 punti e 10 triple messe dentro al canestro avversario.

Una scorpacciata pantagruelica cui i 42 punti odierni di Jaylen Hands si sono brillantemente avvicinati, somigliandovi anche per fattura (9 le bombe della guardia di San Diego) ma non per efficacia (i 50 di Delonte servirono solo per tenere testa a Milano, i 42 di Jaylen sono bastati per aver ragione di una Scafati modesta e ridotta ai minimi termini, ma da battere senza se e senza ma…).

Fine delle similitudini, almeno speriamo. Perché la Varese di Delonte cascò dritta in Serie A2, scrivendo la seconda retrocessione della storia della Pallacanestro Varese, mentre quella di Hands, con il successo odierno, ha dato almeno un forte segnale di senso contrario. 

Il primo, dei tanti che ancora servono.

La Varese dei 50 di Holland era una squadra sbagliata - nata, vissuta e morta tale - peggiorata da un mercato che aggiunse nomi ma non logica (Tierre Brown, Lloreda, Skelin, lo stesso Holland, che segnava ma predicava nel deserto), ereditata da un “Vate” Bianchini inerme, subito in contrasto con i veterani (De Pol, Galanda) e preda anch’egli, nonostante l’esperienza e il carisma, di un incantesimo di inefficacia e sfiducia che nulla e nessuno riuscì a spezzare. Fino alla fatidica caduta. 

La Varese dei 42 di Hands non se la passa granché bene, ma ha un allenatore che ci crede più di tutti e che, soprattutto, ha convinto una banda scollata, perdente, tecnicamente né carne né pesce, martoriata dai cambiamenti e “dall’a-tecnicità” di certi fondamenti tattico-religiosi mai minimamente produttivi a crederci insieme a lui.

Kastritis o Kajastritis? No dai, con i paragoni fermiamoci qui, anche perché lascerebbero il tempo che trovano. Ma è un fatto che da almeno 5 anni (parentesi Rojakkers a parte) una versione di Varese non provava a vincere le partite piegando le gambe dietro, attraverso il sudore dell’intensità agonistica - unico vero bene allenabile quando scarseggi in talento - e con la logica delle scelte e delle gerarchie.

Ben tornata difesa.

E ben tornata normalità, quella che diventa terreno fertile anche per i singoli, che ritrovano un modo per emergere. E allora ecco non solo un Hands che, respirando finalmente la fiducia in lui e l’assenza di concorrenti e doppioni interni, ri-esce dal bozzolo e si erge a capo bombarolo, ma anche un Kao che - da irrecuperabile errore di mercato - inizia quantomeno ad avere un senso difensivo: guardare la sua difesa a sette metri da canestro che ha completamente mandato fuori giri Cinciarini sui cambi difensivi per credere.

Avanti altri, ora. Anzi, avanti altre (vittorie e conferme): non è assolutamente finita qui.

Fabio Gandini


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